Draghi: Cento giorni e mille battaglie


Draghi: Cento giorni e mille battaglie


Giuseppe Sacco



Mario Draghi si è avventurato in un’impresa il cui fallimento o il cui successo non possono essere decisi in una sola battaglia.

È stato Joe Biden, in questi tempi di pandemia, il primo leader a dare forte rilievo al criterio della “valutazione a 100 giorni dalla nascita” dell’efficacia e della qualità di un Governo –  o di un’Amministrazione, come si dice in America – che si è trovato  ad operare in questa situazione, obiettivamente molto difficile. Ed è un criterio che è stato immediatamente imitato anche in Italia, come al solito in maniera del tutto acritica.

Il riferimento allusivo ai “Cento giorni” napoleonici, che garantisce l’efficacia propagandistica di questo criterio,  è però molto indiretto.  Quei “cento giorni”,  quelli napoleonici, si riferiscono ad una situazione in cui una sola battaglia decide la vita alla morte di un impero, o di una qualsiasi situazione istituzionale particolare, come era quella creata da un uomo che cercava di imporre come egemone in Europa una propria dinastia, fondandola  sulla istituzionalizzazione del portato politico e civile di una grande rivoluzione sociale,  la rivoluzione della borghesia.

Una costruzione, è stata quella napoleonica, fondata su molte vittorie militari, ma che tuttavia nessuna battaglia vinta era in grado di stabilizzare e rendere duratura, mentre una sola battaglia perduta sarebbe bastata a distruggerla. In tempi recenti, una situazione così altamente drammatica si ha solo in Medio Oriente, e solo nelle guerre arabo-israeliane, nelle quali nessuna vittoria israeliana basta a garantire l’accettazione e la pace allo Stato ebraico, mentre una sola sconfitta – come quella cui si è arrivati assai vicino all’inizio della guerra del kippur, nel 1973 – basta a mettere in gioco non solo la sopravvivenza dello Stato di Israele, ma persino quella fisica di tutti i suoi abitanti.

Nulla di più lontano dalla odierna situazione americana e – per venir ai casi nostri – a quella italiana; una situazione derivante in entrambi i casi da un costante cinquantennale declino, e che non può certo essere mutata in cento giorni, con una sola campale e vittoriosa battaglia; ma che richiede anzi, per invertire le sorti del Paese, cento (o forse addirittura mille) battaglie su altrettanti fronti, e la vittoria almeno nella maggioranza di queste.

Quella in cui si avventurato Mario Draghi non è perciò un’impresa il cui fallimento, e ancor meno il cui successo, possono essere valutati in un così breve spazio di tempo, e men che mai con una sola battaglia.  Al più, sull’orizzonte dei cento giorni poteva essere combattuta una battaglia specifica, quella delle vaccinazioni e delle altre misure di contenimento della pandemia in atto.  Che,  per l’Italia di oggi, non è però “la madre di tutte le battaglie”,  ma solo la prima, e la più ovvia di tutta una serie di operazioni più complesse che appaiono necessarie nel prossimo futuro.

Draghi non è dunque sceso da Francoforte in Italia per condurre,  in un lasso breve e preordinato di tempo, una sola decisiva tenzone, ma per affrontare una lunga serie di sfide. Se il primo risultato da lui ottenuto sarà un insuccesso l’Italia sarà ancora un po’ più lontana dalla svolta che è necessario imprimerle perché essa non continui nella sua decadenza.  Ma ciò non significa che se Draghi vincerà la battaglia contro la pandemia – il che e ancora lungi dall’essere acquisito –, altre e non meno difficili imprese  attendano l’Italia ed i suoi futuri leaders, che si tratti dello stesso Draghi, come a questo punto è da considerare auspicabile, o di altri.

Il premier ciò non può non saperlo. Né poteva non essergli già chiaro quando il destino ha bussato alla sua porta per lo scatto d’orgoglio di un Mattarella esasperato per la vanità, l’infantilismo, l’incompetenza e l’irresponsabilità che formavano i quattro pilastri del governo Conte e delle sue  mutevoli maggioranze. E con lui,  lo sapevano e  tuttora lo sanno i governi dei partners europei che contano e le “autorità” di Bruxelles, che probabilmente considererebbero come un abbandono dl mandato, se non come un tradimento, ogni tentativo da parte di Mario Draghi di correre nell’immediato futuro per la Presidenza della Repubblica.

Se si guarda al vero compito cui Mario Draghi è stato chiamato  dalla situazione in cui si trova il suo Paese (e in un cero senso anche predestinato dalla sua stessa lunga personale vicenda), appare chiaro che, a  dispetto di ogni tentativo di ridurre le prospettive ad un breve orizzonte temporale, si tratta  –  o meglio si tratterebbe ––   non solo di rimettere in corsa un Paese grande e complesso, ma oggi piuttosto azzoppato, ma anche di dare nuovi obiettivi ad una costruzione storico-politica, la Repubblica italiana,; una costruzione che, dopo una brillante fase “aurorale” in economia quanto in politica – negli  tra il 1946 ed il 1968 – , ha indubbiamente saputo resistere vittoriosamente ad un implacabile attacco terroristico proveniente dall’esterno, e condotto dapprima attraverso masse giovanili solo in parte  illuse ed ingannate, e successivamente da conventicole assassine che ancora oggi, e non a caso, trovano all’estero complicità e coperture. Per essere  infine disarticolata quando, a partire dai  primi anni 90, l’attacco è stato condotto attraverso il sistema giudiziario, che pure proprio in quegli anni, tra il 1986 e il 1992 aveva, con una  esemplare collaborazione con l’FBI, assestato un durissimo colpo al crimine organizzato e alla sua influenza politica.

E’ alla spirale di decadenza senza speranza in cui – dopo la bizzarra e per molti aspetti ingenua fase berlusconiana, con la quale le classi medie hanno provato a difendere il loro status economico – si è avvitata la società italiana, fino alle catastrofiche elezioni del 2018, che Mario Draghi si presenta come una risposta. O meglio, tale appare agli occhi di chi,  per attaccamento al proprio paese,  rischia sempre di prendere i propri desideri per realtà,  come molti Italiani avevano già brevemente fatto dopo la prima esplosione del fenomeno Renzi. E porre termine a questa spirale non sarà impresa né breve né facile, in un parlamento pesantemente degradato da centinaia di personaggi senza arte né parte, politicamente indefinibili, e il cui punto di riferimento e stato a suo tempo un clown,  anche se oggi cercano una collocazione qualunque.

O meglio, non sarebbe facile, se Draghi decidesse davvero di avventurarvisi; il che non è ancora completamente detto, perché l’uomo del Britannia e del whatever it takes rimane, a ben osservarlo, una sfinge.

A considerarlo tale non è solo chi da molti anni lo conosce e ne ha seguito, spesso con invidia, la straordinaria ascesa. Ad avere buone ragioni per considerare un enigma ciò che egli pensi e desideri, è anche autorizzato chi osservi come la composizione del suo governo sia adatta soprattutto a lasciargli le mani libere, mentre (e ancor più) la maggioranza su cui poggia il suo governo non sia tale né da indicare né da vincolarlo a scelte precise.

Il principale elemento di incertezza per quel che riguarda il futuro viene dal fatto che in questa amplissima coalizione alcuni partiti, quelli di destra, hanno un rapporto vero con le classi sociali e con gli interessi che essi dichiarano di rappresentare,  mentre i partiti cosiddetti di sinistra,  un tale rapporto lo hanno solo per modo di dire.  Hanno piuttosto rendite di posizione di potere ereditate dal passato, che cercano di preservare; in una fase globale in cui la loro cultura e la loro retorica sono estremamente fragilizzate  dalle  interminabili conseguenze dell’implosione dell’impero sovietico, nonché dalla profonda trasformazione dei rapporti di produzione tra  le classi sociali, rispetto a quelli analizzati e descritti dal marxismo; nonché da un vero e proprio rivoluzionamento dei rapporti internazionali rispetto a quelli dati per scontati e descritti da Lenin, vissuto in un’era di capitalismi nazionali in lotta tra di loro.

Politicamente, perciò, il Partito democratico sembra fare di ogni erba un fascio. Da un lato, avanza come se fossero ormai proprie, tematiche radicaleggianti o post puritane venute dall’America, ma diventate talmente di moda,  in particolare il femminismo,  da  poter essere ormai considerate come un atteggiamento di maniera,  uno di quegli atteggiamenti “rivoluzionari” o pretesi tali,  destinati ad un certo punto –  come notò un grande filosofo del secondo scorso – a rivoluzionare se stessi e a tramutarsi in reazione. E contemporaneamente, con una coincidenza che non è senza significato, il PD ostenta ormai in ogni occasione pubblica, così come nell’ingresso della propria sede nazionale uno slogan – “dalla parte delle persone” – assai simile a quel “prima la persona” che il 26 maggio 2021, cioè pochi giorni prima di questo centesimo giorno di vita del governo Draghi, casualmente – ma non tanto casualmente – faceva il titolo a tutta pagina de “l’Avvenire”, il quotidiano dei vescovi italiani.

La destra, al contrario, é – come dicevamo – non soltanto in sintonia ma in rapporto organico con una parte del paese,  quella degli esercizi pubblici (bar, ristoranti, palestre ed altre attività simili).  Ed è questo un gruppo sociale che da un anno a questa parte non fa che invocare riaperture e sostegni economici, proclamando assai forte di sentirsi derubato del “giusto ritorno” dopo aver molto investito in sicurezza.  E continua a farlo persino dopo che si è tragicamente incominciato a sospettare che il freno di una teleferica sia stato consapevolmente disattivato per evitare che – come si temeva –  un malfunzionamento di questo essenziale componente dell’impianto rallentasse le corse, e quindi gli incassi. Il tutto in un quadro di confusa mescolanza, nel più puro stile delle amministrazioni regionali del nostro Paese, tra interessi privati e fondi pubblici di cui perfino il Corriere della Sera si è spinto, il 26 maggio scorso, a dare un quadro scandaloso quanto desolante.

Allo scadere dei cento giorni, insomma, la battaglia contro il Covid-19 sembra, anche se con incessanti e terribili perdite, volgere ad un qualche successo. Non è stata Austerlitz, ma non è stata neppure la Waterloo che minacciava di essere consule l’ineffabile Giuseppe Conte. Pur non essendo peraltro in nessun modo escluso che si ripeta quel che accadde alla fine dei Cento giorni – quelli veri – con l’ arrivo sul campo dell’ultima battaglia dei prussiani guidati da  Blücher, che determinare in maniera irrevocabile le sorti dello  scontro. Non essendo cioè escluso che l’irresponsabilità vacanziera con cui gli Italiani stanno interpretando le aperture degli ultimi giorni producano un backlash, una “frustata di ritorno” della pandemia.

Su un più lungo orizzonte temporale, però, e per quel che riguarda la vera sfida che Mario Draghi ha avuto il coraggio di rilevare, la partita resta ancora tutta da giocare, così come resta ancora  difficile da misurare il peso che finirà per avere ciascuna delle  componenti della maggioranza di governo. Anche perché, tra i due atteggiamenti che le caratterizzano, Mario Draghi – l’uomo sulle cui spalle pesa la massima responsabilità – siede ancora riservato ed impenetrabile come una sfinge.

20210530

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