DOPO LA PANDEMIA, LA GUERRA?


DOPO LA PANDEMIA, LA GUERRA?


GIUSEPPE SACCO



“Senza un'intesa con la Cina, ci troveremo in una situazione analoga a quella che ha preceduto la Prima guerra mondiale”

Obbligati a convivere, nelle prime pagine dei giornali, con le sparate demagogiche, e la disinformazione legate all’epidemia di Covid-19, i cambiamenti in atto della situazione internazionale e dei rapporti tra le potenze militari ed economiche del pianeta hanno visto, in questi ultimi diciotto mesi , una trattazione strettamente di maniera. Scarsissimi gli approfondimenti critici, e ancor più rari gli spazi dedicati alla voce di chi non ha voluto limitarsi ad applaudire, ma ha ritenuto di dover darne una valutazione politica, o addirittura fondata su un principio etico; in particolare quello secondo il quale la priorità assoluta, sulla scena internazionale,  andrebbe riservata alla ricerca della pace: un bene che tutti dichiarano di volere, ma che – come disse qualche anno fa l’allora Rettore della Gregoriana, François-Xavier Dumortier S.J.– “tutti sembrano considerare responsabilità di altri”.

Per chi guarda ai nostri pericolosi tempi con questa priorità, la voce in tal senso più notevole che, nel nostro paese, ci è stato dato di leggere, è quella dell’ambasciatore e storico Sergio Romano. Questi – che non è un pacifista militante, ma è certamente un osservatore dotato di realismo e di intelligenza politica – ha notato, sul Corriere del 20 Giugno 2021, come, mentre “nell’incontro in Cornovaglia, ogni intervento è stato un ottimistico inno alla prosperità e alla pace…. gli Americani hanno preferito cogliere l’occasione per esortare gli europei a fare un fronte comune contro la Repubblica popolare cinese”.

Credevamo – continua l’Ambasciatore – “che la Guerra Fredda, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, appartenesse alla diplomazia del passato, ma queste ultime vicende dimostrano che per qualche potenza può ancora essere utile”. E questo sembra essere il caso dell’America di Joe Biden e del suo Segretario di Stato Antony Blinken, nei suoi rapporti con una Cina, percepita come un rivale dal dinamismo incontenibile. Si sta dunque tornando alla retorica degli anni ‘50 e ‘60 del vecchio secolo, cercando di mettere a frutto la ben nota tendenza delle strutture burocratico-organizzative ad auto-perpetuarsi, anche quando la loro missione sia compiuta.

“Non è un caso – scrive infatti Sergio Romano a proposito degli incontri tenutisi in questo mese di giugno 2021, a partire da quello in Cornovaglia – che l’organizzazione internazionale più frequentemente menzionata in questa vicenda sia stata la Nato”.  E, per far notare quanto ciò gli sembri fuori posto, ricorda che questa “era stata creata a Washington nell’aprile del 1949, in una fase storica in cui gli straordinari successi militari dell’Unione Sovietica avevano stravolto la carta geografica dell’Europa”, cioè in un frangente storico completamente diverso da quella attuale.

Nelle condizioni in cui si trovava in quegli anni l’Europa, “la creazione di una organizzazione in cui una grande potenza al di là dell’Oceano Atlantico avrebbe avuto una posizione di grande rilievo”, si giustificava pienamente. Solo che questa organizzazione, la cui necessità venne diffusamente accettata sino a diventare un luogo comune, è sopravvissuta alla situazione che l’aveva generata, cosicché  “anche in seguito molti hanno sempre dato per scontato che gli Stati Uniti sarebbero stati il paterno garante della democrazia.”

Tornando al presente, Sergio Romano conclude perciò in maniera inequivocabile, e – dato il conformismo ormai prevalente – da considerare coraggiosa: “Non credo che i Paesi membri dell’Unione Europea abbiano bisogno di un garante, e penso che dovrebbero essere ormai pienamente responsabili della loro sicurezza.” E con discrezione diplomatica, egli si astiene dal far notare che, mentre negli anni 50 era l’Europa ad aver bisogno della garanzia americana contro la minaccia militare sovietica, oggi è piuttosto l’America ad aver bisogno degli alleati europei, nel momento in cui decide di contrapporre un’azione di  “contenimento” diplomatico e militare – una nuova guerra fredda, appunto – al  grande Paese che, dall’estremo oriente, la sta sfidando con successo sul piano economico-commerciale.

L’impegno etico alla pace 

Tre giorni prima dell’articolo di Sergio Romano, il 17 giugno, sull’altra sponda dell’Atlantico, Foreign Affairs aveva peraltro pubblicato,  sullo stesso argomento, una breve ma significativa riflessione di Bernie Sanders, la personalità politica americana che più ha raccolto, in tempi recenti, le lodi talora un po’ ipocrite dei sedicenti progressisti europei.

“Le sfide globali senza precedenti che gli Stati Uniti devono oggi affrontare – scrive Il senatore del Vermont – sono sfide globali condivise: cambiamento climatico, pandemie, proliferazione nucleare, massiccia disuguaglianza economica, terrorismo, corruzione, autoritarismo. Non possono essere risolte da nessun paese che agisca da solo. Richiedono una maggiore cooperazione internazionale, anche con la Cina, il paese più popoloso della terra”.

Senza usare mezzi termini, Sanders denuncia come “angosciante e pericoloso” il fatto che a Washington si stia rapidamente formando un consensus – in realtà un conformismo ideologico di massa – “che vede la relazione tra Stati Uniti e Cina come una lotta economica e militare a somma zero”, in cui ciascuna delle due parti solo quanto viene dall’altra perduto. E  E ne conclude che, “la prevalenza di questa visione creerà un ambiente politico in cui la cooperazione di cui il mondo ha disperatamente bisogno sarà sempre più difficile da realizzare.”

Sanders denuncia, a questo proposito, una contraddizione fondamentale, che sarebbe dimostrata da “come rapidamente sia cambiata la l’opinione prevalente su questo tema. Poco più di due decenni fa, nel settembre 2000, sia gli ambienti imprenditoriali che i leaders di entrambi i partiti politici avevano fortemente sostenuto la concessione alla Cina dello status di ‘relazioni commerciali normali permanenti’, insistendo che esse erano indispensabili per mantenere competitive le aziende statunitensi dando loro accesso al crescente mercato cinese”. E tutti si dichiaravano anche convinti che “la liberalizzazione dell’economia cinese sarebbe stata accompagnata dalla liberalizzazione in materia di democrazia e diritti umani.” Lo stesso arci-conservatore American Enterprise Institute diceva “Il commercio americano con la Cina è una buona cosa, per l’America e per l’espansione della libertà in Cina”.

Vent’anni dopo, nel febbraio 2020, – fa notare ancora Bernie Sanders – anche gli analisti della “progressista” Brookings Institution chiamano alle armi contro Pechino: “l’ascesa della Cina, alla posizione di seconda economia mondiale, di maggiore consumatore di energia, e di seconda potenza per spesa nella difesa, ha sconvolto gli affari globali”; la mobilitazione “per affrontare la nuova realtà di grande rivalità di potere è la sfida per la politica americana nel prossimo periodo”.

L’argomento è un po’ debole, perché in vent’anni le cose cambiano, e consentono di cambiare opinione. Ciò nonostante, le conclusioni di Bernie Sanders non sono meno esplicite e secche di quella di Sergio Romano, anche se c’è, e c’è sempre stata, nelle posizioni del Senatore del Vermont, una componente pacifista aggiuntiva: “Credo che sia importante sfidare questo nuovo consensus, proprio come era importante sfidare quello vecchio……… Non sarà facile sviluppare una relazione reciprocamente vantaggiosa con la Cina. Ma possiamo porci obiettivi migliori che non una nuova Guerra Fredda.”

Il timore della guerra

L’impegno etico alla pace non è – malauguratamente – molto diffuso nell’opinione pubblica mondiale, anche se con significative eccezioni, in particolare nel mondo cattolico, specie nell’ultimo secolo, e in America presso alcune sette protestanti, come i Quaccheri, che oggi sembrano però interessati soprattutto alle questioni ambientali. Tale impegno può però trovare un alleato nel ricordo e nel timore delle guerre. Ricordo e timore poco diffusi in Europa, ormai connotata dal consumismo distruttivo quanto imbecille di classi d’età cresciute negli “anni facili”, e del tutto ignoranti del recente passato. Ma che in America sono stati alimentati da settantacinque anni di ininterrotti interventi militari all’estero, finalizzati a mantenere il ruolo di Washington come potenza egemone: dalla guerra di Corea a quella dell’Afghanistan, tra cui storicamente primeggia la tragedia vietnamita.

Non a caso, è da Henry Kissinger, dallo statista che più a fondo è stato immerso in quella torbida e tragica vicenda, che viene da alcuni mesi un ininterrotto richiamo alla prudenza, ed un avvertimento a non giocare col fuoco. Più e più volte, già prima dell’insediamento di Biden, il 20 gennaio 2021, l ‘ex Segretario di Stato americano ha infatti affermato che la nuova Amministrazione avrebbe dovuto agire rapidamente per ripristinare, con la Cina, le linee di comunicazione che si sono sfilacciate durante gli anni di Trump, ”, un fenomeno “potenzialmente in grado di provocare una crisi che potrebbe degenerare in un conflitto militare.”

“A meno che non vengano poste le basi per un’azione cooperativa, il mondo scivolerà in una catastrofe paragonabile alla prima guerra mondiale”, ha detto Kissinger durante la sessione di apertura del Bloomberg New Economy Forum, già nel Novembre 2019, sottolineando che le tecnologie militari attualmente disponibili renderebbero una crisi del genere “ancora più difficile da controllare rispetto a quelle delle epoche precedenti”. In una successiva intervista, egli ha infine ribadito questo concetto ancora più chiaramente : “America e Cina stanno ora andando sempre più alla deriva verso il confronto e stanno conducendo la loro diplomazia in modo conflittuale……… Il pericolo è che si verifichi una crisi che passi dalla retorica ad un vero e proprio conflitto militare”.

Il grande diplomatico che ha aperto la strada allo storico viaggio del 1972 in Cina del presidente Richard Nixon, ha persino sperato che la minaccia condivisa della pandemia di Covid-19 fornisse un’apertura per le discussioni politiche tra i due paesi dopo l’insediamento di Biden.  “Si può considerare il Covid come un monito, perché in realtà è stato affrontato da ciascun Paese in modo ampiamente autonomo, mentre la sua soluzione a lungo termine deve essere su una base globale”. Per questo motivo, – ha concluso Kissinger – la pandemia “dovrebbe essere affrontata come lezione.”

Ma il novantasettenne guru della politica mondiale è rimasto inascoltato o – peggio – è stato di fatto censurato. E se Donald Trump aveva dato l’avvio alle critiche e alle accuse nei confronti della Cina, incolpandola della diffusione del virus e del tragico bilancio delle vittime, in America, con il passaggio all’Amministrazione Biden, anziché invertire questa pericolosa tendenza, è stato adottato un atteggiamento che si ritiene utile a fini di consenso interno (CLICCA QUI), ma che ha portato le relazioni tra Stati Uniti e Cina al punto più basso da decenni, e che mette a rischio – a livello mondiale – proprio quelli che dovrebbero essere i principali obiettivi di un uomo politico cattolico, quale Biden afferma di essere: la pace e la collaborazione tra i popoli.

 

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