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LA TRAPPOLA DELLA RESILIENZA

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Come si dice in Italiano “speech writer”?

La mia sarà pure un’opinione  minoritaria,  di un’estrema minoranza, anzi di una minoranza di una sola persona. Ma secondo me il migliore momento di Mario Draghi in questi mesi da premier, è stato quando, mentre leggeva un impegnativo discorso, ha avuto un momento di sincere ed esplicita irritazione.  E ha esclamato :“ma che sono tutte queste parole inglesi ?!”

Effettivamente in quell’occasione, Draghi ha espresso un sentimento assai diffuso tra gli Italiani che conoscono un po’ il mondo, l’insofferenza per l’abitudine ormai invalsa presso un gran numero di loro connazionali – in particolare quelli che con le lingue estere se la cavano male – di riempire di anglicismi il loro linguaggio. O meglio di parole italiane storpiati, per di più; come implementare un progetto, supportare un candidato, ritornare al mittente…..

A questa insofferenza debbo francamente confessare che non riesco a sottrarmi. Anzi debbo ammettere di soffrirne in maniera quasi patologica. Ed è per questo che ho molto apprezzato quell’esclamazione critica con cui Mario Draghi ha per un momento interrotto il suo discorso;  un’esclamazione che, là per là, poteva essere considerata come una critica a se stesso, visto che almeno in linea teorica, l’autore di quel discorso non era altri che lui.   ma che invece era ovviamente rivolta al suo speech writer……

Ma come!” – dirà a questo punto qualcuno dei miei venticinque lettori – “Tu, proprio tu, usi un’espressione inglese come “speech writer”? Tu, che non sopporti i discorsi gonfi e ridondanti di anglicismi ! Non potresti almeno tu parlare italiano ?”

Ebbene, si! Potrei. Potrei, ma confesso che non oso! Perché non so se ci siano,  nella lingua italiana, più termini per esprimere questo concetto, il concetto di un oscuro amanuense, di un intellettuale fallito che campa scrivendo discorsi che altri, a differenza di lui, destinati al successo pronunceranno di fronte a folle plaudenti. Ma io ne conoscono uno solo,  ed è un termine politicamente scorretto, terribilmente scorretto, tanto scorretto che in America potrei andare sotto processo, se lo pronunciassi.  Perché nell’italiano dei giornalisti e degli scrittori,  uno che scrive discorsi per un altro, caricandosi lui della fatica e lasciando all’altro la gloria del podio si indica – ho meglio si indicava nei bui tempi passati – con la parola oggi proibitissima: negro.

Sospinto ancora più a fondo nel buio dal fatto di non avere neanche più un nome, lo speech writer – come dicevamo – di Mario Draghi ha dunque ben meritato la pubblica rampogna del Presidente del Consiglio (che, se preferite, potete chiamare Capo del Governo, come si diceva negli anni trenta, ma mai – vi supplico! – premier). Eppure ciò non è bastato ad insegnare la lezione ai collaboratori di Mario Draghi; perché subito una manina oscura ha operato per infettare la sua prosa con un’altra parola storpiata dall’inglese: la terribile resilienza.

 Non posso nascondere che la sua comparsa nel linguaggio della politica e addirittura della legge, mi ha posto qualche interrogativo, uno dei quali piuttosto angoscioso: cosa dovrò mai fare d’ora in poi per essere resiliente ? Sono andato così a scavare tra dizionari ed enciclopedie, ed è saltato fuori che la parola inglese resilience significa un sacco di cose. Non solo capacità che si attribuiscono ai materiali: robustezza; elasticità; flessibilità; morbidezza; plasticità; durata, in particolare durata di una molla. Anche aspetti caratteriali degli esseri umani:  forza, in particolre forza nascosta; tenacia; adattabilità; capacità di piegarsi, malleabilità, capacità di risollevarsi, capacità di riemergere, capacità di galleggiamento, …..

Ma a questo punto mi sono sentito come preso in una trappola, e ho preferito lasciar perdere. Non vorrei scoprire che alla fin fine resilienza non è che un altro modo di dire tirare a campare.

 

November 7, 2021/by Giuseppe Sacco
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