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IL MERIDIONALISMO PATRIOTTICO DI FRANCESCO COMPAGNA

L’unità politica degli Italiani era anzi per lui un corollario talmente impegnativo da fargli criticare la creazione delle regioni per aver fatto perdere all’azione meridionalista la sua visione d’insieme, sminuzzandola in una cacofonia di rivendicazioni particolari

Sessantacinque anni sono passati dall’indimenticabile Novembre 1956, quando la Rivoluzione ungherese fece perdere l’innocenza a molti di quelli che speravano, se non in una palingenesi, almeno in un’attenuazione dell’ingiustizia sociale. Per alcuni di loro fu un evento che cambiò la vita, E tra questi c’era anche un giovane reporterdell’edizione napoletana di Paese Sera, che ogni sera rientrava dal lavoro con l’ultima corsa della funicolare, e che una sera dovette dire ai suoi soliti compagni di viaggio che ciò non sarebbe più accaduto; perché i tragici eventi di Budapest lo avevano indotto a dimettersi.

Fu allora che Raffaello Franchini, un professore che lavorava al quotidiano liberale “Il Giornale”, gli chiese perché non avesse provato a prendere contatto col gruppo di “Nord e Sud”, il principale centro di riflessione sui problemi del Sud, ma anche – assieme al Mondo di Mario Pannunzio – fondamentale punto di riferimento della sinistra liberale. E siccome l’altro si schermì, perché non si sentiva all’altezza, prese lui l’iniziativa, e gli combinò un appuntamento con Francesco Compagna.

Di questa grande figura intellettuale, politica, e soprattutto morale, è ricorso quest’anno il centenario della nascita, senza che nessuno – nella patetica folla che chiassosamente occupa oggi il proscenio della società italiana – abbia ritenuto di dover organizzare una commemorazione. Un fatto inaccettabile per quel giovane reporter, che il 25 Novembre 1956 – esattamente 65 anni fa – aveva effettivamente incontrato Compagna, di cui divenne poi allievo ed Assistente universitario.

Egli non può esimersi dal tesserne l’elogio. Perché Francesco Compagna fu un grande meridionalista, e un Italiano decisamente patriottico, la cui difesa degli interessi e dei diritti degli Italiani del Sud non assunse mai il carattere localista, e men che mai reazionario e separatista che – al tempo stesso in contrapposizione e ad imitazione del leghismo anti-risorgimentale – ha talora avuto la presunta “rivalutazione dei terroni”. L’unità politica degli Italiani era anzi per lui un corollario talmente impegnativo da fargli criticare la creazione delle regioni per aver fatto perdere all’azione meridionalista la sua visione d’insieme, sminuzzandola in una cacofonia di rivendicazioni particolari e di basso profilo. E fu un grande liberale che non smise mai di asserire quanto fosse indispensabile il ruolo attivo dello stato nella creazione anche nel Sud delle condizioni – in primo luogo la pari disponibilità di occasioni di impiego produttivo – per un effettivo esercizio delle libertà fondamentali.

Compagna è stato un grande maestro di vita e di impegno politico. Eppure non cercò mai discepoli, imitatori o seguaci. La sua preferenza andò sempre non a quelli che cercavano di dimostrargli fedeltà, ma a quelli che mostravano capacità proprie. Egli non cercava in alcun modo di imporre le proprie idee e il proprio modo di essere. Anzi incoraggiava tutti ad essere se stessi, a coltivare i propri interessi. Da vero liberale, insomma, cercava di educare alla libertà.

Perché aveva ben chiaro, e l’aveva appreso da Benedetto Croce, che raccogliere un’eredità morale non consiste nello “attenersi alla dottrina del maestro, nell’essere solamente scolaro e configurarsi a chierichetto che serve la messa”, bensì nel “farsi diversi”.  Al contrario, gli eredi di un’esperienza politico-intellettuale vanno cercati tra coloro “che ascoltarono ed ascoltano l’insegnamento” dello scomparso, e “rendendosi conto dei problemi da lui affrontati, o raccogliendone il frutto per vie indirette, … badarono e badano a risolvere problemi propri. Costoro lo hanno consacrato alla vera immortalità”.

©LaRagione24211120

 

 

November 25, 2021/by Giuseppe Sacco
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