Critique of the new Century
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Continents & Plates

Come ringiovanire il “vecchio” continente

Ma che noia, Bruxelles !

Oggi, quell’entusiasmo è completamente svanito. Anzi, parlare dell’Europa senza annoiare o indispettire il pubblico è diventata – siamo sinceri ! – un’impresa sempre più difficile. Ed è ormai quasi impossibile trovare chi si interessi davvero a questo argomento, a meno che non si tratti di grigi e ben pagati funzionari brussellesi e di mediocri laureati di qualche università privata che aspirano a diventarlo.

I segni di questa «sofferenza» del progetto di unificazione sono dappertutto evidenti. E già prima del massiccio voto inglese a favore del Brexit, già prima della crisi greca del 2015 e delle difficoltà attuali di tutti (tranne uno) dei paesi membri dell’Euro, occorreva molto coraggio e molta buona volontà per dedicarsi in modo serio alle questioni europee. Ed è innegabile che i discorsi dei politici quando parlano di Europa, e ancor più i discorsi tenuti dai rappresentanti ufficiali delle istituzioni europee, vengono percepiti come qualcosa di puramente retorico, altrettanto distanti dalla realtà quanto, al loro tempo, erano i discorsi della nomenklatura brezneviana.

Insomma, i corridoi di Bruxelles emanano un odore di soffice decadenza, paragonabile all’ärischen Geruch, quell’odore di muffa, di polvere, di archivi mal areati, che Stefan Zweig avvertiva quando aveva a che fare con l’amministrazione dell’Impero austriaco. Ovvero, per dirla in maniera meno elegantemente mitteleuropea, una insopportabile puzza di piedi. E cinquant’anni dopo i Trattati di Roma, non è più possibile far finta di niente, non avvertire questa spiacevole sensazione di stantio. Né essere sorpresi per il fatto che le opinioni pubbliche dei paesi membri non si sentano rappresentate dal Parlamento di Strasburgo.

Ciò vale in primo luogo per quegli ingenui e sinceri europeisti che siamo stati noi Italiani, che abbiamo preso alla lettera le nostre stesse speranze e che – ancora assai di recente, quando abbiamo aderito all’Euro più con impegno volontaristico che con una vera consapevolezza della realtà economica –guardavamo all’UE come all’audace avamposto di una grande costruzione politica in divenire, che avrebbe dato unità, forza, e pari dignità ai popoli del “vecchio” continente.

Tra pace e volontà di potenza

Del resto, lo stesso Altiero Spinelli, aveva del progetto europeo una visione assai diversa da quella che si intravede oggi in certe prese di posizione tedesche, ed in certe eterne velleità francesi. Quando qualcuno parlava dell’Europa in termini di potenza, di una entità politica destinata a svolgere un ruolo semi-egemonico nella politica mondiale, egli non esitava rispondere che la grande novità dell’Europa stava invece nel fatto che essa non avrebbe potuto avere caratteristiche e ambizioni comparabili a quelle degli Stati “nazionali”; che la grande diversità delle sue componenti avrebbe costituito un fattore permanente di fragilità interna, che l’avrebbe resa poco suscettibile alle lusinghe di chi fosse venuto predicare una politica di potenza; E che per questo motivo, l’Europa sarebbe stata una potenza di pace molto diversa dagli Stati nazionali del 19º e del 20º secolo, diversa da quei “mostri freddi” le cui rivalità e tentativi di dominio avevano a due riprese portato alla devastazione del continente. E non sarebbe forse del tutto inutile se qualcuno usasse oggi andare contro la vulgata corrente, e chiedersi se la priorità di Spinelli fosse davvero l’Europa, oppure se è egli non vedesse dall’unità del continente più un mezzo che un fine. E se Spinelli non fosse un pacifista, ancora prima che un europeista.

Il giovane Altiero Spinelli

Di questa visione, peraltro sempre minoritaria e quasi “sotterranea”, non c’è rimasta traccia nel progetto europeo oggi “ufficiale”, e strombazzato dalle piccole personalità politiche che dominano nei diversi paesi membri, e dagli anonimi funzionari di Bruxelles. A parte le liti interne per questioni di vile danaro, non si sente parlare d’altro che della creazione degli strumenti per una difesa comune, in perfetto allineamento conformistico con il clima di nuova Guerra Fredda che si è voluto deliberatamente ricreare vent’anni dopo il crollo dell’impero sovietico.

Non può quindi sorprendere se è proprio in Italia – cioè nella nazione che ha pagato in più alto prezzo per essersi lasciata coinvolgere nelle due guerre civili europee – che l’ideale europeo abbia conosciuto il più forte calo di popolarità. E non può sorprendere che, ad un livello intellettuale diverso da quello dei media e dell’opinione di massa, qualcuno ponga ormai esplicitamente un assai sofisticato interrogativo. Non può cioé sorprendere ehe ci domandi se il fenomeno europeista, il progetto della costruzione politica sovranazionale non sia un’anomalia storica, un ideale fuori contesto, nel continente che aveva già inventato la modernità politica nella forma dello Stato nazionale, anche le varie declinazioni in cui essa è stata sviluppata presso le diverse grandi Nazioni europee non sono state sempre democratiche.

Questo disincanto non è insomma privo di solide fondamenta. E sarebbe errato interpretarlo, questo disincanto, solo come un’espressione di malumore, se non addirittura un segno di miopia politica oppure come un rigurgito reazionario sul tipo di quello degli ”austriacanti” della Lega Nord, oggi tentati addirittura dal razzismo. Gran parte di questo disincanto deriva invece da una concezione dell’unità politica, culturale ed etica di un popolo molto più esigente politicamente e moralmente, di quel che sia concretamente realizzabile sulla scala dell’Europa continentale, anche nella sua originaria versione “a Sei”, che era forse portatrice delle più gravi contraddittorietà del progetto.

Il fallimento dalle speranze – forse eccessive – che questa idea aveva suscitato, il successivo disappunto per il crescente insuccesso di un’Unione europea incapace di darsi una linea di condotta coerente in questo nuovo millennio, il ritmo accelerato delle sconfitte a catena subite dall’Europa negli ultimi anni dimostrano come il tentativo di trovare una linea comune caso per caso è tanto arduo quanto inutile. Così, ancora prima che l’attuale crisi globale mettesse in discussione l’intero ordine mondiale, tutta una serie di “incidenti di percorso” aveva messo in luce tutta la fragilità politica del progetto: la decisione di obbligare gli Irlandesi a rivotare per rimangiarsi il proprio «no» alla Costituzione europea, il dilagare della UE e della Nato verso Est, in violazione delle promesse fatte in un momento in cui era parsa prevalere l’idea della “casa comune europea”, la guerra in Georgia e il conseguente dispiegamento di missili americani nella Repubblica Ceca, la guerra francese contro la Libia, il golpe ucraino e il capovolgimento della posizione di Berlino, e poi la crisi dei rifugiati siriani.

L’autobus della savana

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La stupidità non conosce frontiere

Questa serie di crisi ha per di più messo chiaramente in evidenza il diverso orientamento “storico-culturale” tra il nocciolo originario dell’Unione europea ed alcuni membri ex-comunisti, il “Gruppo di Visegrad” e in particolare la Polonia relativamente alla questione più importante e complessa del passaggio del secolo: i rapidi successi e le pesanti conseguenze della globalizzazione. L’Europa non è riuscita ad esprimere una linea comune, e ciò in un periodo in cui si sta delineando un quadro globale di tipo nuovo, in cui non solo il peso, ma soprattutto il dinamismo dell’Asia e in particolare della Cina, saranno determinanti.

Fin qui l’Europa ha viaggiato come uno di quegli autobus sovraccarichi che si incontrano nel continente africano, stracarichi di bagagli e passeggeri e che devono frenare e fare dei continui zigzags per cercare di evitare che le sbandate e le vibrazioni li facciano cappottare. Ma negli ultimi tempi, ai tempi della Signora May, del Brexit, dell’America di Trump,  e dei “Cinque Stelle” rischia chiaramente di morire in un’esplosione di stupidità Ma ora ciò non appare più possibile; ora non si tratta più di andare avanti alla meno peggio. Ora si tratta di salvare l’idea stessa di una possibile unità dell’Europa, senza la quale si rischia di cadere in quegli errori che negli Trenta indussero il mondo intero nella guerra e nella miseria.

Schermata 2018-02-16 alle 10.59.49Ed è anche evidente che non c’èpiù tempo da perdere.Occorre, dunque, cominciare ad interrogarsi senza tabù sullo stato attuale del progetto europeo, sul suo futuro e sul suo appeal nell’opinione pubblica. Altrimenti il rischio è che tale progetto venga abbandonato in modo pericoloso, nel momento in cui la generazione che sta definitivamente uscendo di scena, e che ben conosce le ragioni storiche di tale progetto, viene sostituita dalle generazioni più giovani, vittime della crisi attuale, ma prive della qui questa fondamentale memoria.Avere poco tempo significa che, in relazione a ciò che sta accadendo e che accadrà, la mera rivisitazione di negoziati caso per caso tra paesi membri aventi esperienze storiche differenti non è sufficiente.

Non basta meglio distribuire il carico su «l’autobus della savana». Occorre abbandonarlo, e cambiare veicolo. E poiché non ne esistano altri disponibili, bisogna inventarsene uno, dotato di un motore di nuovo tipo che – come si cerca di fare con le automobili – utilizzi fonti di energia sinora non sfruttate. In breve, occorre creare un meccanismo istituzionale in grado di rilevare le necessità reali delle società del Vecchio Continente e trasformarle in azione politico-economica, e – soprattutto di un meccanismo capace di autoalimentarsi ed ausostenersi nel tempo.

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Alla ricerca di un motore potente

 Evidentemente il motore di tipo nuovo di cui ha bisogno l’Europa non può nascere solo da una riforma delle istituzioni europee, a partire dalla Commissione. Come in un laboratorio di di una società automobilistica, sia essa la Tesla o la Toyota, che pensano di rilanciare l’industria americana oggi in ginocchio con motori puramente elettrici o con motori all’idrogeno, la riforma istituzionale può solo tracciare le linee-guida del progetto innovativo, che va successivamente sostanziato attraverso l’investimento di risorse sociali, tecniche e, materiali e sociali. Attraverso tutto ciò che consenta di offrirlo sul mercato, e la predisposizione del mercato ad accoglierlo.

E ciò significa, per il caso specifico del motore che possa consentire un rilancio del Parlamento europeo, tener presente come la storia ci abbia insegnato che nessuna idea politica e nessuna istituzione che materialmente la incarni possono sopravvivere a lungo senza il supporto di forze sociali ed economiche sino ad oggi non valorizzate, insufficientemente sviluppate o addirittura represse. Affinché le istituzioni europee possano trovare la loro forza motrice, occorre che le forze socio-economiche più importanti – e spontaneamente in ascesa – si identifichino con il progetto europeo, in un percorso comune di interessi condivisi. Il che potrebbe apparire irrealizzabile e impossibile, se non avessimo avuto, nella storia recente del nostro «piccolo capo d’Asia», un precedente di questo tipo: un precedente del 1954.

Con il fallimento della Comunità Europea di Difesa, la CED, il progetto europeo si era trovato in un cul de sac. Per cercare di uscirne, sei Stati accettarono di dar vita ad un mercato comune, ovvero ad un motore che traeva forza non dall’aspirazione dei paesi sconfitti ad un improbabile recupero di potenza attraverso la sommatoria delle loro devastate capacità militari, bensì dall’aspirazione dei popoli a “vincere la pace”, alla ricostruzione e al benesi,sere. Erano queste, i popoli, forze refrattarie all’altisonante retorica militare, poco sensibili alla “ grandeur”, bensì umilmente messe in funzione solo dal più modesto interesse al miglioramento personale e delle lor famiglie. Ma erano forze potenti. E con i Mercato Comune fu ad esse che venne affidato il compito di portare a compimento il progetto politico dell’Europa unita.

Questa macchina formidabile aveva una sua coerenza. Nella nuova realtà istituzionale di uno spazio liberalizzato, tutti i soggetti economici – perseguendo, com’è nella loro natura, null’altro che il proprio interesse – agivano, senza rendersene conto, in modo tale da essere equiparabili ad una mobilitazione politica a favore dell’unità del continente. Una volta eliminati gli ostacoli al libero commercio tra i sei membri, stabilita una tariffa doganale comune verso l’esterno, ed affidate alla Commissione europea pieni poteri nel settore del commercio internazionale, questa mobilitazione ha immediatamente favorito l’integrazione dei sistemi economici nazionali, e di conseguenza una loro radicale trasformazione.

Il risultato “economico” dell’aver dato alla “Piccola Europa” un motore economico è stato importantissimo. La libera circolazione delle merci all’interno di un mercato unificato, forza motrice istituzionalizzata nel Mercato comune, ha fatto compiere a tutti i paesi membri un balzo verso il benessere che ha lasciato a bocca aperta e furente di rabbia paesi “vincitori” delle due guerre mondiali, come l’Inghilterra. Ma il risultato «politico» è stato ancora più importante, in virtù di una radicale trasformazione dei complessi militari-industriali tedesco e francese che, quantomeno dalla rivoluzione industriale in poi, avevano spinto la politica e la società di ciascuno dei «mostri freddi» d’Europa verso l’autarchia, l’ostilità reciproca e la preparazione all’aggressione militare.

Oggi, tuttavia, occorre prendere atto che, dopo molti anni, libero scambio ed integrazione economica non sembrano più sufficienti a garantire ulteriori progressi alla cooperazione europea. Semmai è il contrario. A partire dal Kennedy Round sino agli inizi degli anni ’80 (grazie alla convergenza tra reaganismo in Occidente e le idee di Deng Tsiao Ping in Cina) le condizioni istituzionali in cui si svolge il commercio mondiale, tra le quali quelle introdotte dal WTO, hanno fatto sì che le forze economiche abbiano esteso al mondo intero il loro campo d’azione e quindi anche il loro ruolo unificatore. Queste forze, dunque, non possono – per loro stessa natura – che trasformare l’unificazione europea in un mero «tassello» della globalizzazione, causandone così il dissolvimento.

Come la macchina di Watt?

Questo non significa che il progetto politico dell’Europa debba necessariamente distaccarsi dalla – o addirittura opporsi alla – filosofia e alle pratiche del libero scambio. Significa semplicemente che bisogna prendere atto del fatto che il libero scambio in quanto tale non è – e non è mai stato – un fine, ma soltanto un mezzo, uno strumento che in alcune fasi è stato utile, ed anche molto utile, al progetto di unificazione economica di una parte dell’Europa continentale. Solo che è che il progetto europeo della fine degli anni cinquanta era un progetto che – proprio perché in parte coronato da successo – appare oggi se non superato, bisognoso di una presa d’atto, e di un adattamento alla nuova realtà.

Occorre infatti prendere atto che era, quello dei sei paesi fondatori, un progetto principalmente politico, il cui fine era quello di restituire quantomeno una parte del ruolo e della forza che essi avevano prima delle due “guerre civili europee”di queste guerre fratricide a questi paesi usciti debellati (come l’Italia), sconfitti (come la Germania) o profondamente umiliati (come la Francia, solo formalmente vittoriosa). Non a caso, prima ancore che all’unione economica, si era pensato a un esercito comune.

Fallita la CED, e saggiamente bocciato dall’Assemblea Nazionale francese il progetto di una revanche dell’Europa con la stessa logica del riarmo che era stata applicata dopo la Prima guerra mondiale, l’abbattimento delle frontiere commerciali fra gli Stati membri si è rivelato invece uno strumento molto potente. In particolare perché gli scambi che si sono sviluppati e moltiplicati liberamente e spontaneamente hanno messo sotto pressione i governi e le burocrazie nazionali, per loro natura reticenti nei confronti di qualsiasi cambiamento, al punto da costringerli a cedere ad un crescente processo di omogeneizzazione normativa, che ha raggiunto il culmine con la nascita della moneta unica. E’ stato un successo straordinario: Ma oggi questi stessi interessi economici che trovano il loro naturale terreno di applicazione nel libero mercato, spingono e inducono verso una omogeneizzazione a livello mondiale, la globalizzazione, nella quale l’Europa rischia di dissolversi. È evidente allora che non possiamo più affidarci al mercato unico e liberalizzato per raggiungere l’obiettivo storico di un’Europa unita. Occorre, insomma, cambiare sia il motore che i principi propulsori.

D’altronde cambiare motore non è una procedura sconosciuta. Così, per esempio, per realizzare uno dei più grandi sogni dell’uomo – il volo – siamo passati dal motore ad elica a quello a reazione senza che il primo fosse abbandonato. Questo non accade soltanto nel campo delle tecnologie, ma anche nei grandi eventi della storia, basti pensare allo Zollverein e all’unificazione politica della Germania. Per realizzarla, il libero scambio e l’autarchia si sono succeduti, alternati e reciprocamene completati come, in una messa di Bach, si confondono e si integrano due bellezze diverse: la tragicità luterana della Passione e il vitalismo cattolico della Resurrezione e della Gloria.

Il «cambio di motore», deciso a Messina, e che, in cinquanta anni, ha letteralmente rivoluzionato l’Europa, è perciò un precedente cui ci si può ispirare per cercare di individuare nella società di oggi un nuovo focolaio di forze ed interessi in grado di sostituire le forze economiche che non investono più sull’avanzamento del progetto europeo. E si tratta solo di scoprirle, queste forze proiettate verso il futuro. Perché esse esistono e costituiscono uno straordinario potenziale inutilizzato. Somigliano molto all’acqua che ribolliva nella “pentola di Papin”, e al vapore che da essa si sprigionava, la cui pressione non attendeva altro che la macchina di Watt per essere disciplinata, trasformata in forza motrice, e cambiare il mondo.

Vedremo subito dove e quali sono queste forze sociali. Ma va detto immediatamente che, se non viene individuata e creata una struttura di partecipazione al processo politico ad esse adatta, e in grado di rendere produttive le loro energie, c’è anzi il rischio, nel 2018 più concreto che mai – che queste forze si rivoltino contro le esistenti istituzioni europee e contro stessa l’idea d’Europa. Ne abbiamo già un esempio – in negativo – nell’affermazione di Alternative fur Deutchland alle ultime elezioni tedesche, ed un altro – di segno opposto – nella dura opposizione degli Jusos al molle e distruttivo “business as usual” proposto dalla Signora Merkel.

Una volta liberate e canalizzate da apposite riforme del sistema europeo, queste forze non faranno altro che perseguire i propri interessi, qualsiasi essi siano: positivi o negativi, costruttivi o destabilizzanti. Per canalizzarle verso il progetto europeo, dando così dignità politica al loro desiderio di affermazione, bisognerà introdurre nelle istituzioni modifiche tali da creare la cornice in cui queste forze sociali possano esprimere la loro pressione e liberare le loro energie. Solo così un’Unione europea dalle istituzioni trasformate in una sorta di macchina di Watt potrà recuperare il proprio impulso verso il processo di unificazione. Rendendo l’Europa uno strumento attraverso il quale soddisfare le naturali e legittime aspirazioni di forze fin qui non riconosciute e non valorizzate, si avrà come risultato la trasformazione di queste forze sociali in fautori e costruttori dell’Europa per il prossimo futuro.

La disuguaglianza tra gli Stati membri.

 A livello istituzionale è palesemente un’assurdità che un’entità composta da 27 paesi possa essere governata da una sorta di Camera dei pari, il Consiglio Europeo, costituito da rappresentati dei governi membri, che agiscono in questo caso non come rappresentanti dei poteri esecutivi nazionali, ma come rappresentanti delle unità territoriali. Una situazione che ricorda, in brutta copia, il Parlamento inglese prima della riforma elettorale del 1832.

Potenza egemonica dopo la sconfitta di Napoleone, all’avanguardia a livello tecnico e industriale, centro del commercio mondiale, l’Inghilterra si trovava in una situazione paradossale. Essa non poteva organizzare il mondo secondo i propri interessi se non affermando il libero scambio, a cominciare dall’abolizione della protezione della produzione cerealicola delle isole Britanniche.

Ma a paralizzare l’istituzionalizzazione dell’egemonia britannica non c’era solo l’opposizione dei Lords, la cui ricchezza e il cui potere erano di natura esclusivamente fondiaria, e derivante da un’appropriazione delle terre che risaliva a Guglielmo il Bastardo. A inchiodare al passato il nuovo egemone mondiale c’era soprattutto il sistema elettorale della Camera dei comuni, basato su un ritaglio delle circoscrizioni che risaliva al…XIV secolo.

Inevitabilmente, questo garantiva una maggioranza schiacciante alle circoscrizioni rurali – i rotten boroughs – anche se, in piena rivoluzione industriale, queste erano del tutto disabitate, salvo qualche sparuto latifondista fortemente reazionario e i cui interessi erano legati ad una little England di stampo medievale, scomparsa ormai da molto tempo. Così la circoscrizione dell’Old Sarum, nel Wiltshire, in cui c’erano non più di 3 case e 7 elettori, aveva diritto a due seggi alla Camera dei comuni, mentre Leeds, Birmingham e persino Manchester – dove 238.000 sudditi della Corona avevanole caratteristiche per godere del diritto di voto – non avevano la possibilità di eleggere neanche un deputato. Questo escludeva dal processo di decisione politica la parte più attiva della popolazione, artefice della crescita e del progresso tecnologico. E non poteva che indebolire il Parlamento e il Regno intero, a favore dei rivali: in particolare della Francia, dove il crescente peso della borghesia liberale aveva portato alla rivoluzione del 1830.

In una situazione di emergenza, in cui si susseguivano numerose proteste nelle periferie industriali, il leader del partito dei Whighs, Earl Grey, nel 1832 ottenne dal re Guglielmo IV un Reform Act che eliminava le disuguaglianze più intollerabili. Dovette, però, rinunciare alla riforma della Camera dei Lords, in quanto il monarca rifiutò di nominare nuovi Pari favorevoli al cambiamento, il che obbligò i Whigs a cambiare tattica e a puntare sul rinnovamento e sul rafforzamento della Camera dei comuni.

Oltre all’accorpamento delle circoscrizioni limitrofe tra i 56 boroughs che contavano meno di 40 elettori per deputato, e oltre al riconoscimento a Manchester, Birmingham e a 20 altre grandi città del diritto ad eleggere due deputati ciascuna (altre 21 città ne eleggevano uno solo), la riforma realizzò – con un abbassamento del limite di censo – l’allargamento dell’elettorato a delle categorie sociali fino a quel momento non rappresentate.

La riforma elettorale inglese del 1832 è un precedente che gli Europei potrebbero prendere in considerazione per capire come una società possa «cambiare motore». Senza andare troppo in là con i paragoni, è del tutto evidente che la governance dell’Europa non è meno paralizzata di quanto non fosse l’Inghilterra prima del 1832 a causa di un potere gestito e controllato dai residui di una società scomparsa.

E poiché, per delle ragioni storico- culturali, è inimmaginabile ridisegnare gli Stati membri dell’Unione europea come, invece, avvenne per le circoscrizioni elettorali inglesi, occorre mettere in pratica con una certa libertà la lezione dei Whigs, e prendere atto che il Consiglio composto dai governi nazionali è intoccabile tanto quanto lo era la Camera dei Lords all’epoca di Earl Grey, e che le burocrazie dei Paesi membri dell’Unione europea sono attaccate alla loro parvenza di sovranità tanto quanto lo era Guglielmo IV.

Di conseguenza è necessario che le forze Europeiste cambino la loro stessa strategia, e puntino ad un rafforzamento del carattere rappresentativo del Parlamento. Questo, come l’Inghilterra del XIX secolo, potrebbe essere realizzato attraverso un allargamento dell’elettorato a quelle fasce della popolazione che attualmente si trovano nelle stesse condizioni in cui si trovavano allora gli abitanti di Manchester, e che sono attivi, giovani e impegnati in attività proiettate nel futuro.

Il vero «deficit democratico»

Il Consiglio non è concepito per essere l’unica istituzione dell’Unione europea. Deve infatti tenere conto della Commissione e del fatto che, ormai da molto tempo, si cerca di controbilanciarla con un’istituzione formalmente rappresentativa, il Parlamento europeo.

Questi sforzi, però, non sembrano dare molti risultati. Si può anzi constatare come l’istituzione maggiormente indebolita dal doppio fallimento della Costituzione e del Trattato di Lisbona sia stato proprio il Parlamento di Strasburgo. Non solo perché l’aumento dei suoi poteri previsto dai testi non si è mai concretamente materializzato, ma anche, e soprattutto, perché si era screditato da solo. Avendo i suoi deputati votato in massa, poco tempo prima del voto irlandese, in favore del trattato, il Parlamento veva dimostrato ancora una volta l’assoluto distacco rispetto agli umori dell’opinione pubblica che sarebbe in teoria tenuto a rappresentare.

Ed proprio in questa incapacità delle istituzioni di stare sulla stessa lunghezza d’onda della società che risiede il «deficit democratico» dell’Unione europea. Ed è per questo che un possibile aumento del potere di controllo del Parlamento sulla Commissione non sarà sufficiente a colmare questo deficit, e cancellare il fatto evidente che i cittadini europei non si riconoscono in questo Parlamento. Basta far notare che al momento di eleggerlo, gli Europei non votano – quando votano – in funzione di un giudizio su ciò che hanno fatto i loro precedenti rappresentanti a Strasburgo, ma in funzione di scelte e di umori, di passioni e ei rancori che sono tutti di ispirazione nazionale. La politica, anche quando sono in ballo questioni europee, non è ancora riuscita ad uscire dai confini nazionali.

Il «deficit democratico», allora, non risiede a valle del Parlamento di Strasburgo; e non si può trovare un rimedio attraverso un semplice aumento dei suoi poteri di controllo sulla Commissione. Risiede, invece, a monte del Parlamento, che ancora prima di riunirsi sembra essere privo di quella legittimità che può derivare solo dall’esistenza di un vero un corpo elettorale europeo. Ma questo corpo elettorale non può essere soltanto una semplice addizione di quelli nazionali senza alcuna forma di integrazione.

Se vogliamo dare al Parlamento europeo una legittimità propria e piena, è necessario fargli fare un balzo in avanti senza precedenti; un balzo che potrebbe trasformarlo nel nuovo motore dell’Europa. Occorre dotarlo di un corpo elettorale proprio, addirittura diverso da quello dei Parlamenti nazionali. Così da trasformarlo – attraverso un trattato tra i paesi membri in grado di imporre un nuovo sistema elettorale – nel rappresentante politico legittimo e diretto delle forze sociali e degli interessi generali che i Parlamenti nazionali non rappresentano più, , proprio come la Camera dei comuni non rappresentava Manchester, Birmingham e i gruppi sociali e le fasce d’età che contribuivano alla ricchezza e alla potenza dell’Inghilterra.

Gli interessi che non sono presi in considerazione dal Parlamento di Strasburgo, né da altre istituzione elettive europee, e ai quali è urgente fornire una rappresentazione, sono quelli delle generazioni future. E ciò è tanto più grave in quanto, tra le tante sfide che l’Europa è costretta ad affrontare in questo nuovo secolo, sono davvero poche quelle che possono essere vinte attraverso dei provvedimenti circoscritti e a breve termine. Esse, invece, richiedono pensiero ed azione di lungo periodo, perseguiti in maniera costante e coerente. Il che è in contrasto patente con un corpo elettorale che è il più anziano del mondo, i cui progetti e le cui speranze non possono andare oltre il limitato orizzonte di vita fisica (per non parlare della vita attiva) della maggior parte dei suoi componenti.

Non è un mistero per nessuno dei popoli europei, che i costi e i benefici di una lungimirante politica europea non saranno ripartiti in modo omogeneo tra le diverse fasce di età e tra le generazioni coinvolte. E a ciò corrisponde una quasi unanimità di consensi nel constatare che i giovani di oggi saranno chiamati a pagare il costo delle decisioni prese in questi anni dall’Unione europea e dal suo Parlamento. La crisi globale in corso rende ancora più esasperata questa situazione, la rende esplosiva, perché i programmi di salvataggio di questo a quel settore o paese in crisi, contribuiscono spesso a lasciare un debito sempre più mostruoso a quelle generazioni che oggi non hanno diritto di voto. E, al di la di queste generazioni, ai loro figli.

In sostanza, caricando i nostri figli e i nostri nipoti del costo del benessere che un elettorato anziano garantisce a se stesso, il principio no taxation without representation viene sistematicamente violato. Anche gli interessi delle nuove generazioni sono del tutto legittimi, e meritano di essere garantiti. Eppure esse non votano. Né, anche se l’età elettorale venisse drasticamente abbassata, essi sarebbero in grado di decidere in maniera consapevole. Pur nel clima di superficialità che domina la politica non dovrebbe essere impossibile prendere coscienza di questa violazione, dei suoi caratteri eclatanti e iniqui

Di fatto, però, sono davvero poche le persone preoccupate da questo scenario, salvo forse i genitori dei bambini di oggi, ed in generale coloro, come gli immigrati, che – loro un progetto di vita sembrano averlo – e che accettano durissimi sacrifici si occupano per il futuro della loro la famiglia, per l’istruzione dei loro figli, o l’impresa familiare.

Dopo di noi, il diluvio

Colpisce, tra l’altro, la contraddizione tra il modo in cui vengono ignorati i diritti socio-politici dei minori, e quelli in cui vengono invece trattati gli interessi privati. Se un minore ha dei beni, per eredità, o perché li ha vinti al lotto, la legge prevede – anche nel caso di beni di poco valore – che i suoi interessi siano garantiti. Viene così nominato, sotto la sorveglianza del Tribunale, un adulto come tutore di questo patrimonio. E nel caso in cui il bene in questione è un’impresa, la legge prevede che venga gestita nel modo più proficuo possibile per il futuro beneficiario.

Niente di tutto ciò, al contrario, è previsto per quella impresa comune che è la società nel suo insieme. Niente di tutto ciò è previsto in difesa d interessi ben più importanti, i quali possono essere garantiti solo attraverso dei meccanismi molto complessi. Non mancano certo gli esempi che sono presenti tutti i giorni nel dibattito politico. Il regime pensionistico, per esempio, implica che coloro che mettiamo al mondo e che ci danno tanta gioia, domani erediteranno l’angoscia di un mondo con poca occupazione, a causa dell’eccessivo indebitamento dello Stato, e con una insufficiente disponibilità di servizi pubblici.

L’elenco di casi in cui i costi e i problemi di una generazione vengono trasferiti a quelle future non ha limiti: l’inquinamento, e l’effetto serra in particolare. Ma anche le scelte sull’energia atomica, che lascia rifiuti radioattivi che le future generazioni dovranno gestire. E ancora, la distruzione di risorse non rinnovabili, la riduzione degli spazi vivibili, l’introduzione degli OGM, le cui conseguenze sul lungo periodo sono sconosciute, le scelte sul sistema educativo, lo stoccaggio elettronico delle informazioni, o la loro distruzione.

Se poi si prende in considerazione la questione demografica, il quadro diventa ancora più tetro. A causa della mancanza di una politica della natalità, un terzo, se non la metà, degli europei, nel 2050, sarà troppo anziano per produrre qualsiasi cosa. E visto che la vita continua ad allungarsi, occorrerà farsi carico del peso degli over 80, non solo non produttivi, ma anche non autosufficienti, e che creeranno una crescente domanda di servizi alle persone per i quali saranno necessari risorse economiche e umane inesistenti. Salvo che, evidentemente, non si voglia incoraggiare la mortalità: visto che, tra le tante eredità negative che lasceremo alle generazioni future, c’è anche la terribile responsabilità di decidere le sorti di un vasto numero di essere umani che, a causa degli sprechi di oggi, saranno privi del minimo indispensabile per una vecchiaia decente.

In breve, per esprimere l’atteggiamento della generazione che esercita oggi il diritto ad essere politicamente rappresentata, non si può che ricorrere ad una formula più che classica: «dopo di noi, il diluvio».

È evidente, allora, che il problema della rappresentazione politica di ampi strati della popolazione che saranno in prima linea nei prossimi anni si pone in modo ineluttabile. Ne è la prova la tendenza, presente in tutti i paesi democratici, ad abbassare l’età minima per ottenere il diritto di voto, attualmente, la soglia più bassa, a nostra conoscenza, sono i 16 anni previsti dalla legge elettorale austriaca.

Sono tutti coscienti, però, che questa soglia è allo stesso tempo troppo bassa e troppo alta. Troppo bassa per assicurare delle scelte razionali ed informate, e troppo alta per garantire che il peso degli adulti di domani venga preso in considerazioni in termini di costi e benefici sul lungo periodo.

In presa diretta con il futuro.

«Se la gioventù sapesse…», recita il proverbio. E in effetti, se i portatori di interessi a lungo termine avessero coscienza dei loro interessi futuri potrebbero creare già da oggi le condizioni politiche per prendere delle decisioni molto più razionali. E se il Parlamento riuscisse a incarnare il loro interesse, sarebbe praticamente in presa diretta con il futuro, portando così molto lontano il progetto politico dell’Europa. Ma esiste un ostacolo evidente a questa appassionante avanzata.

Consiste nel fatto che i portatori di interessi a lungo termine non hanno attualmente coscienza dei loro interessi futuri, e di conseguenza portare i neonati a votare non è sufficiente a trasformare un’istituzione rappresentativa in modo da essere ragionevolmente gestita come quell’impresa comune che è la società, ovvero finalizzata alla propria durata, alla propria crescita e alla propria produttività sul lungo periodo.

L’unico modo per risolvere il problema consiste nell’applicare quella logica che vale per gli interessi patrimoniali. Affinché gli interessi di lungo periodo di ogni minore siano garantiti, a qualunque età – cosa del tutto logica, perché a qualsiasi età è un cittadino avente diritti ed un ruolo all’interno del sistema socio-economico-, è necessario che i genitori si assumano la responsabilità di rappresentarli in forma e sostanza, attraverso il deposito nelle urne di una vera e propria scheda elettorale.

A livello tecnico, questa forma di voto indiretto è facile da mettere in pratica, si tratterebbe, in sostanza, di un voto ponderato. Ogni elettore – uomo o donna- riceverebbe oltre alla propria scheda elettorale un’altra identica scheda, ma di colore diverso, per ogni figlio minorenne. Al momento dello scrutinio, questa scheda di colore diverso varrebbe mezzo voto. In questo modo, il minore sarebbe rappresentato in modo paritario dalla madre e dal padre, dato che ognuno di loro esprimerebbe la metà del voto di ogni figlio minorenne. Questa forma di rappresentazione è particolarmente adatta ai nostri tempi, così che i figli di genitori divorziati o di famiglie allargate saranno sempre rappresentati a metà dalle loro madri e dai loro padri. Anche nel caso di vedovi e vedove la soluzione è semplice: il genitore in vita avrà il diritto di esprimere i due mezzi-voti.

A livello politico, è facile prevedere che una tale riforma dello scrutinio sarebbe oggetto di molte critiche. Infatti, trasformando i genitori in rappresentanti degli interessi che ben conoscono dei loro figli, si finisce per scivolare verso una sorta di «paternalismo negativo». Questo perché i genitori non voterebbero cercando di immaginare le scelte dei propri minori, ma come loro desiderano che essi votassero se avessero diritto al voto.

Da notare, però, che tale critica non viene mai sollevata nel caso di genitori incaricati di gestire gli interessi patrimoniali del minore. La legge non impone loro di comportarsi come farebbe il minore. La legge, invece, impone di comportarsi come un adlto, più precisamente “come il buon padre di famiglia”, una formula che si ripete a più riprese nel codice civile, senza aver mai suscitato critiche, o timori di «paternalismo». L’introduzione di questa tipologia di voto alle elezioni del Parlamento europeo non avrebbe quindi come risultato quello di creare una «Europa dei bambini», bensì di imporre una presa di coscienza degli interessi collettivi di lungo periodo affidando maggiore peso politico a quegli elettori dai quali ci si attende un comportamento consapevole e responsabile nei confronti degli interessi delle giovani generazioni e di quelle che verranno; sicut bonus pater familias.

Il risvolto politico-psicologico di questa modalità di voto è alquanto evidente. È noto, infatti, che chi ha dei figli osserva il mondo e i suoi problemi in modo del tutto diverso, e in modo più responsabile, rispetto a tutti coloro che non ne hanno. E naturalmente questa tipo di rappresentazione familiare e ponderata dei minori indurrebbe la politica nel suo insieme ad occuparsi di questioni il cui impatto si proietta nel futuro. Dato che le riforme non aumentano il peso elettorale di chi vivrà in futuro, ma di chi lo prepara.

Alla corte del Delfino

 In Francia, durante l’Ancien Régime, il Delfino, il futuro re da cui dipendeva il futuro della nazione, aveva una corte tutta per sé. E non era una finta corte, come la scatola del «piccolo chimico», o quella della «casa di Barbie», che alcuni genitori comprano ai figli nella speranza di indurli verso una determinata vocazione professionale, o allo di rendere le proprie figlie delle buone madri di famiglia all’americana.

No: la corte del Delfino era una corte vera; dove le confuse ambizioni della gioventù maturavano in un disegno politico; dove le insoddisfazioni si trasformavano in progetti di riforma; dove si sviluppava una rete di amicizie e contatti destinate a durare fino alla conquista del trono da parte del nuovo re. E dove si viveva un’atmosfera comparabile – seppur mille volte più rilevante – a quella che ha caratterizzato i 75 giorni in cui J. F. Kennedy (e molti anni più tardi anche Obama), Presidente eletto, ha scelto la sua squadra e si è preparato a governare. Il mondo intero guardava al futuro, faceva dei progetti, preparava cambiamenti e si posizionava in relazione alle possibili sfide e opportunità che lo attendevano. In breve, la previsioni, le prospettive, la forza di prepararsi alla sfide del domani erano costanti e onnipresenti.

La Corte del Delfino è evidentemente scomparsa con la Rivoluzione. E i Parlamenti, che hanno ereditato la sovranità, vivono solo nel presente, in un gioco di poteri che obbliga i suoi membri a comportarsi come se fossero dei surfisti , che non possono permettersi di essere un passo più avanti o più indietro della cresta dell’onda, altrimenti rischiano di perdere l’equilibrio e di affogare.

Fare del Parlamento un’istituzione rivolta al futuro sarebbe come ricreare la corte del Delfino, introdurre nelle dinamiche della politica un attore collettivo e degli uomini non obbligati all’attitudine del no-nonsense che soffoca ogni istinto del fare e offusca ogni barlume di speranza. Elimineremmo, così, l’inquietudine che caratterizza i nostri giovani, ma soprattutto – ed è questo l’aspetto più importante- creeremmo delle giuste condizioni per servire meglio l’interesse collettivo, l’interesse di tutte le generazioni.

Osservare le conseguenze che l’introduzione di tale sistema di rappresentazione avrebbe nelle istituzioni dell’Unione europea è dunque molto importante, molto più importante di fare valere i principi di uguaglianza che spingono verso una forma di rappresentazione elettiva dei minori. In quanto un corpo elettorale di tal genere darebbe al Parlamento europeo una legittimità dalle radici ben più profonde e solide di quelle che i grandi Stati- Nazione traggono dalla loro identità e dai loro miti fondatori. Inoltre al posto della forza che deriva dall’autorità del passato e della tradizione, questo corpo elettorale fornirà tutto ciò che il soft power ha dato agli Stati Uniti nel corso della prima metà del XX secolo: influenza, attrazione, e capacità di mobilitazione che derivano dal fatto di essere ancorati al futuro. Questa istituzione sarà proiettata, e l’Europa con essa, in una dimensione di azione collettiva, in una dimensione proiettata nell’avvenire. Si trasformerà quindi in una corte del Delfino in cui si prepara la storia futura del nostro continente.

La differenza tra il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali consentirà al progetto europeo di fare un grande balzo in avanti. Tale progetto sarà allora affidato ad un gruppo sociale i cui interessi sono legati alle grandi sfide che l’Europa sarà costretta ad affrontare in futuro. E questi portatori dell’interesse collettivo di lungo periodo saranno rappresentati dall’Europa e solo dall’Europa.

L’atmosfera che regnerà nei palazzi dell’Europa cesserà di essere quella dei corridoi di un ospedale dove si concentrano dei malati in fase terminale per trasformarsi in un’atmosfera di gioia e rinascita. Agli occhi del mondo intero l’Europa cesserà di essere il «Vecchio Continente». All’interno della vita politica europea, i paesi più vivaci e dinamici peseranno di più, non solo dal punto di vista culturale ma anche politico. Sarà il caso, in particolare, dell’Italia, il giorno in cui avrà capito che misure come lo jus soli – di fronte alla quale la nostra classe politica ha sce scelto la via più vile, quella di disertare il Parlamento – sono nel suo interesse molto di più di leggi come quella sul “fine vita”.

Altrimenti l’Italia sarà – con la Germania – al primo posto nel pagare il prezzo di una fase depressiva al limite della necrofilia, che dagli anni sessanta è caratterizzata da un miserabile edonismo da fase terminale che deprime le natalità e fa sì che il numero di aborti sia pari a quello delle nascite.

La relativa perdita del peso elettorale delle fasce di età più adulta, tendenti normalmente a tenere in banca, o ad investirli in modo più prudente, se son totalmente avversa a rischio, rappresenterà l’altro risvolto di questo importante cambiamento della struttura di potere dell’Europa.

In tempi normali allora sarà del tutto ragionevole attendersi che il peso e il potere degli elettori più attivi, intraprendenti e volti al futuro – un potere accresciuto dalla possibilità di votare per i propri figli- rinforzerà quei partiti che sostengono politiche basate su bassi tassi di interesse, atti, quindi, a stimolare l’aumento delle opportunità di lavoro. Per contro diverranno più difficili le politiche basate su alti tassi di interesse e lotta all’inflazione.

In tempi di crisi globale, come nei prossimi anni, un Parlamento in cui i problemi delle giovani generazioni saranno finalmente presi in considerazione favorirà il sorgere di politiche che per uscire dalla crisi non si limiteranno al mero rilancio dei consumi, che rende ancora più grave l’indebitamento pubblico e privato. Un Parlamento rivolto al futuro favorirà piuttosto una strategia di uscita dalla crisi attraverso dei cambiamenti radicali e strutturali, come un vero passaggio alle energie rinnovabili; le grandi opere che saranno utili per i prossimi decenni; la correzione di quei meccanismi finanziari che hanno generato delle disparità sociali immense; proteggendo l’Europa dal dumping sociale, così da rendere sterili i tentativi di protezionismo nazionale che ci minacciano.

Il modello sociale avrà delle nuove priorità. L’educazione sarà più importante dell’eutanasia, e l’economia delle risorse energetiche sarà più importante della crescita dei comfort. Gli asili nido saranno più importanti delle case di riposo, anche se allo stesso tempo il ruolo delle persone anziane nelle famiglie con molti figli sarà riscoperto e valorizzato. La lotta contro l’alcolismo, lo spaccio di droga e soprattutto i pushers, i pirati della strada, e contro la pedofilia verrà considerata come una componente dell’ordine del pubblico almeno altrettanto prioritaria quanto il contrasto alle le truffe e alle rapine ai danni degli anziani. E in questo clima, l’approvazione dello ius soli, anziché venire rimandato ad un futuro indefinito dai deputati che avevano preferito essere assenti potrebbe ricevere altrettanta attenzione quanta ne ha avuto il macabro “fine vita”.

Molto importanti saranno anche gli effetti indiretti delle nuove modalità di voto sulla concezione stessa della società e dei suoi valori, tra i quali il più importante sarà un consistente «premio psicologico” alle famiglie», che verranno incoraggiate senza alcun costo economico. Questo «premio», che varrà sicuramente moltissimo – in termini di potere decisionale, sarà un riconoscimento sociale e morale, e di prestigio – e potrà avere un impatto e una efficacia che nessuno premio in denaro potrà mai offrire. Le madri e i padri di famiglia si vedranno riconoscere dall’Europa uno status di élite sociale. Ma una élite alla quale essi accedono per il loro comportamento e non per eredità, una élite che detiene dei privilegi non per ascendenza ma per discendenza. Ed è più che giusto affidare a questa élite il compito di gestire l’aspirazione alla pace e al benessere di lungo periodo che alla base del progetto europeo.

Uno scacchiere complesso

Come è ovvio, introdurre una riforma tanto semplice quanto audace non sarà facile. Occorrerà prendere in considerazione allo stesso tempo che lo scacchiere europeo è attualmente ingolfato da un gran numero di strutture burocratico-istituzionali che non sono disposte a cedere le loro posizioni in termini di potere, di mezzi finanziari e di personale. L’angolo di attacco per imporre una riforma strutturale del Parlamento di Strasburgo è evidentemente di primaria importanza.

Il Parlamento europeo sarà verosimilmente il solo organo legislativo eletto in questo modo, e sarà dunque il solo ad avere una legittimità completa, in quanto è facilmente prevedibile che nessun establishment parlamentare – in particolare nazionale – sarà disposto ad accettare una simile riforma.

Infatti abbiamo già visto che è quasi impossibile fare approvare da un’istituzione elettiva una riforma elettorale che abbia come conseguenza la non-rielezione della maggior parte dei suoi membri. D’altronde non si può pretendere da un’istituzione composta da esseri umani di auto-affondarsi.

Questo spiega perché la proposta di allargamento del corpo elettorale non potrà venire dal Parlamento di Strasburgo, ma da un trattato tra governi. Gli eletti europei non potranno opporsi. Mentre è prevedibile che un trattato di tal genere possa incontrare degli ostacoli al momento della ratifica da parte dei Parlamenti nazionali. Infatti da loro è possibile attendersi delle reticenze.

Allo stesso tempo, però, i modi in cui è stato varato il trattato di Maastricht hanno dimostrato che grazie a certi compromessi è possibile indurre gli Stati nazionali a rinunciare a parte delle loro funzioni, dei loro sistemi burocratici e delle loro competenze per dar vita ad un’entità superiore, pur trattandosi di istituzioni con loro in concorrenza.

Si tratterà al tempo stesso di forzare una situazione e di fare dei compromessi. Ma va ricordato che alla fine, lo stesso Earl Grey dovette rassegnarsi alla sopravvivenza di un centinaio di rotten boroughs. E il caso della moneta unica di per sé stesso è emblematico. Siamo riusciti a crearla, sottraendo agli Stati diritto di battere moneta, ma facendo in modo che gli Stati conservassero le rispettive Banche centrali, seppur con un potere fortemente ridimensionato, ma senza ridurre la loro tecno-struttura o il loro personale. Per eliminare l’irrazionalità di una molteplicità di monete all’interno dell’Europa, si è dovuto accettare che – formalmente – le istituzioni esistenti non fossero toccate, affidando al tempo e al buon senso delle generazioni future il loro inevitabile declino.

Allo stesso modo, il conflitto d’interessi con i Parlamenti nazionali verrà evitato se verrà chiesto loro soltanto di accettare che il Parlamento europeo funzioni con delle regole in grado di accrescerne la rappresentatività, e completamente diverse da quelle nazionali. Ma probabilmente è il massimo che gli si può chiedere, senza toccare le loro competenze e i loro interessi.

Si potranno così adattare gradualmente a quelle cessioni di sovranità che il progetto di un’Europa unita rende indispensabili, lasciando soltanto al Parlamento europeo – riformato da un’iniziativa esogena – il compito di essere il vero motore della vita di quello che potremo continuare a chiamare «Vecchio Continente». Ma di un’Europa che potrà orgogliosamente rivendicare di essere, come ha detto Jacques Le Goff, non vecchia ma antica, in quanto la sua storia è un susseguirsi di rinnovamenti. E che avrà fatto – attraverso una riforma molto semplice – ancora una volta un balzo prodigioso verso il futuro.

© Copyright Giuseppe Sacco, 2018

 

February 16, 2018/by Giuseppe Sacco
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