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NON COL MIO VOTO !

Ha un senso l’astensione? – Il fatto che le elezioni siciliane abbiano visto una partecipazione inferiore al 50 per cento ha suscitato, sui giornali e nella classe politica, preoccupazioni assai gravi. e si sono sprecate le riflessioni catastrofiche sul destino che aspetterebbe la democrazia italiana qualora un simile tasso di astensionismo si dovesse verificare anche nella consultazione elettorale di interesse nazionale che ci sarà nella prossima primavera.

Nessuno ha fatto osservare, ovviamente, che tassi di partecipazione aggirantisi sulla metà dell’elettorato sono abbastanza normali nelle grandi democrazie occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti. E che nessuno, per questo, si strappa i capelli prevedendo un prossimo crollo del sistema.

E ciò non è stato fatto osservare perché tutti, o quasi, conoscono la formula ufficiale con cui questo fenomeno viene spiegato e giustificato. Nelle democrazie consolidate – si dice –, nei paesi di antica ed ininterrotta tradizione democratica, esisterebbe un “consenso passivo”, dovuto alla solidità del corpo socio-politico, e quindi alla fiducia che la popolazione ripone nella classe dirigente. E ciò fa si che nessuno si preoccupi quando si astiene ben la metà degli aventi diritto, che sono già una minoranza – la minoranza registrata per votare – rispetto alla popolazione che avrebbe le caratteristiche di età e cittadinanza per poter in teoria iscriversi nelle liste di questo o quel partito.

Sulla base di questa teoria, insomma, l’astensione, in quei paesi, non avrebbe significato politico. Da noi, invece, lo avrebbe. Anzi, certamente deve averlo, se tutti hanno fatto una faccia da funerale quando sono stati contati i Siciliani che hanno rinunciato al loro diritto di partecipare ad eleggere l’Assemblea Regionale.

E qui sorge spontanea una questione: se un’astensione così massiccia contiene un messaggio politico, se tutti quegli astenuti volevano significare qualcosa non recandosi al seggio, perché il sistema non tiene conto della loro indicazione?

Come tutti sanno –, e come tutti vedranno in maniera addirittura clamorosa non appena gli eletti del cosiddetto “Movimento Cinque Stelle” dovranno dire quale sia la loro posizione su tutti i problemi che il Parlamento siciliano discute –, anche il voto per M5S è un voto di protesta, come l’astensione. E’ un rifiuto espresso contro i partiti classici che l’elettore esprime in maniera ancora più clamorosa, buttando platealmente la propria scheda elettorale in un contenitore anonimo, che non ha nessun significato, nessuna forma, nessun progetto. Solo che questa forma di protesta viene presa in conto dal sistema elettorale, e produce eletti che finiranno a scaldare la sedia in qualche assemblea o parlamento, prima di passare alla spicciolata sotto la bandiera di uno dei partiti classici, aumentando così la corruzione del sistema.

Ed è giusto che sia così. perché quella protesta – così come l’astensione – ha anch’essa un significato politico. Solo che, al contrario dell’astensione, il suo effimero passaggio lascerà uno strascico di zavorra nelle istituzioni. Gruppi di dispersi che – quando l’elettorato, scoprendo un nuovo partito, o riscoprendone uno vecchio, gli volterà le spalle – si arrabatteranno a sopravvivere con tutte le risorse offerte dal parlamentarismo deteriore.

Anche all’astensione, che fa molti meno danni collaterali, il sistema dovrebbe perciò trovare modo di riconoscere il significato politico che essa ha. E del resto, nei Parlamenti, e in tutte le Assemblee elettive, l’astensione ha un valore politico riconosciuto e spesso determinante. E non solo l’astensione dichiarata al momento del voto in aula, che corrispomde grosso modo alla scheda bianca (opzione di cui l’elettore effettivamente dispone, e che pure può essere usata per mandare un messaggio politici), ma anche quella forma più drammatica di astensione che consiste nel non essere in aula al momento del voto.

Drammatica ed efficace, perché se il numero di quelli che non si presentano in aula supera una certa soglia, viene a mancare il cosiddetto “numero legale”, ogni votazione perde valore, e va riproposta.

Ma dove trovare il modo per consentire al sistema di raccogliere il messaggio politico del rifiuto di votare?

Forse basterebbe guardare all’altro strumento di cui, nella Repubblica Italiana, i singoli cittadini dispongono per partecipare alla presa di decisioni di interesse collettivo: il referendum. Nei referendum, l’astensione totale dal voto, il non presentarsi proprio alle urne conta, eccome! Conta tanto che esiste un quorum di elettori, una soglia numerica di partecipazione ,al di sotto della quale il referendum, quale sia il risultato, è nullo e quasi non avvenuto.

Applicando un criterio analogo, le elezioni potrebbero essere dichiarate nulle al di sotto di un certo grado di affluenza alle urne. E ripetute con entro un breve intervallo di tempo, magari con la clausola che nessuno dei candidati alle elezioni annullate potrebbe ripresentarsi alle successive, nella stessa formazione politica o in un’altra, vecchia o nuova. E così proseguendo.

Insomma, come accade per tutte le attività diverse dalla politica, in caso di rigetto totale da parte del mercato, si potrebbe andare falliti un sola volta.

Gli elettori potrebbero in tal modo inviare, attraverso l’astensione, un monito dall’effetto immediato sul piano del potere e dal grande impatto politico, più a lungo termine. E lancerebbero un messaggio che suona più o meno così “questa classe politica io la ritengo indegna di governare, indipendentemente dai partiti. Se i miei concittadini vorranno continuare ad essere rappresentati da loro, facciano pure. Ma ciò non accadrà col mio voto!”

Sarebbe una sentenza durissima. Spesso – probabilmente – determinata da un sentimento poco nobile, l’invidia di chi gode della visibilità del personale politico, e non si rende conto di che lacrime grondi e di che sangue una carriera nei partiti e nelle istituzioni. Ma è una sentenza che si sente spesso ripetere, oggi, tra gli Italiani sfiduciati dal passaggio da un dibattito politico fondato sulle ideologie – e da queste in un certo mmodo reso più nobile, anche se più astratto – ad una dialettica tra grandi e piccoli gruppi di interesse, tutti o quasi meritevoli di essere presi in considerazione al momento di stabilre quale sia l’intresse nazionale, cioè l’interesse collettivo.

L’elettore sarebbe così messo alla prova, e costretto ad essere meno precipitoso e meno radicale nei suoi giudizi. Se le sue non sono chiacchiere da bar, se davvero volesse condannare in blocco una classe politica, avrebbe lo strumento per farlo. Ma sarebbe anche messo di fronte alle responsabilità che una tale scelta comporta. E probabilmente ci penserebbe due volte prima di non andare a votare per un semplice scatto di irritazione, o perché nessun partito agita più grandi bandiere ideali, ma può – nel migliore dei casi – garantire solo qualche soluzione pratica ai problemi, ed offrire qualche idea.

November 23, 2012/by Giuseppe Sacco
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