La Notte di Sigonella



La Notte di Sigonella


di Giuseppe Sacco, da "Mondoperaio", Novembre 1985




Trent'anni fa, tra il 7 e il 17 Ottobre 1985, l'Italia dovette affrontare la drammatica vicenda del dirottamento della "Achille Lauro" cui fece seguito uno scontro senza precedenti con gli USA. Si dimostrò alleata leale e pronta ad assumersi i rischi che ne conseguivano. Ma si comportò da Stato pienamente sovrano.

 

Secondo il «Corriere della sera», mentre i passeggeri della Achille Lauro erano ancora in balìa dei terroristi, 
si erano già delineati all’interno del 
quadro politico italiano due schieramenti contrapposti, uno filo-arabo e 
uno filo-israeliano, in lotta per ottenere vantaggi politici interni speculando sull’attacco criminale di cui era vittima il nostro paese. Attraverso interviste con pseudo-esperti di cose mediorientali, il «Corriere» si addentrava così 
in una dettagliata descrizione di come 
ciascuno dei diversi partiti politici italiani sarebbe infeudato a una delle due 
parti in causa nella contesa mediorientale.

Dato che le diversità di giudizio sull’imbroglio mediorientale passano più all’interno dei partiti italiani che non tra di essi, tutta l’analisi appariva di estrema rozzezza. Eppure, il quadro 
complessivo non era privo di interesse, perché esemplificava un diffuso atteggiamento psicologico che sconta che 
il destino del nostro paese oscilli ine
vitabilmente tra quello della Repubbli
ca di Salò e quello di un paese satolli
te drll’Urss. Esso sconta come un assioma che 
non necessita dimostrazione l’idea che 
l’Italia non possa avere una autonoma 
identità nella comunità internazionale, 
e che quindi le fazioni italiane non pos
sano, neanche in politica interna, prescindere dai vincoli derivanti dal loro 
ruolo di gregarie di una qualsiasi delle 
parti in causa in qualsiasi conflitto in
ternazionale, foss’anche tra parti minori o minime.

 

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E’ evidente la somiglianza tra questa concezione e quella che ha portato all’infeudamento delle varie comunità 
libanesi a questa o a quella parte del 
conflitto mediorientale, fino al trasfe
rimento del conflitto stesso all’interno 
del paese, sotto forma di guerra civile. 
In pratica, si tratta di un atteggiamento psicologico che ritiene accettabile 
che il nostro paese rifletta, nella lotta politica interna, non solo la rivalità Est–Ovest, ma anche quella arabo–israeliana, e persino quella tra fazioni 
arabo–musulmane rivali, di un atteggiamento che pone le premesse per quella 
«libanizzazione dell’Italia» il cui pericolo è stato già denunciato da Ugo 
La Malfa qualche tempo prima della sua scomparsa.

A rischio di sembrare astratti, vale 
però la pena di chiedersi se l’Italia non possa ribellarsi a questo destino di essere eterno terreno di scontro per battaglie non sue. Se non sia possibile 
identificare, di fronte alle vicende internazionali che ci toccano nostro malgrado, una posizione che non sia pregiudizialmente filo-questo o filo-quello, 
e quindi fatalmente gregaria, se non 
sia possibile insomma individuare una 
posizione, per intenderci, filo-italiana.

 

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L’opinione pubblica italiana, fortemente schierata a sostegno di Israele prima del 1967, quando lo Stato Ebraico appariva ad ogni momento minacciato nella sua sopravvivenza, era diventata dopo di allora fortemente sensibile alla causa palestinese.

 

E, a costo di sembrare ingenui, ci si 
può chiedere se i responsabili della nostra politica estera – in questo caso 
Craxi e Andreotti – non abbiano diritto a un giudizio sul loro operato che
 discenda non già dagli interessi delle 
fazioni più o meno asservite a questa o a quella parte internazionale, ma da un’analisi e da un dibattito fondati su due elementi che dovrebbero starci a 
cuore. Prima di tutto, la difesa di quei 
valori etico-politici in assenza dei quali non può più essere garantita la pacifica convivenza civile nel nostro paese. E poi, la difesa dei nostri interessi 
nazionali, materiali e non: vale a dire,
 l’interesse al benessere economico, alla libertà interna, e alla pace nei rapporti con l’estero.

 

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Se dall’ottica servile dei filo-questo filo-quello si passa all’ottica dei cittadini di un paese indipendente e geloso della propria indipendenza (cioè 
a un’ottica che potremmo definire, dal 
contrario etimologico di «servile», come un’ottica «liberale»), l’intera crisi 
in cui il nostro paese si è trovato coinvolto nella prima quindicina di Ottobre 
appare sotto una luce diversa Nel giro di meno di due settimane, ci sono stati quattro casi che, pur derivanti da
altrui iniziativa e in nessun modo da
noi provocati, hanno finito per interessarci da vicino, e che hanno creato
situazioni tali da minacciare gravemente i nostri interessi, e la nostra stessa 
sicurezza. E, in tutti e quattro, l’Italia 
si è trovata di fronte a un uso più o 
meno illegittimo e irresponsabile della 
forza militare da parte di altri paesi o di gruppi irregolari.

 

  • Il primo di questi quattro avvenimenti, il raid israeliano sulla base dell’OLP a Tunisi, ha solo sfiorato le nostre frontiere, coinvolgendo però un 
paese che è il nostro «cortile di casa», 
e alla cui stabilità siamo fortemente interessati.
  • Il secondo, l’attacco terroristico all’Achille Lauro, che ha addirittura portato all’occupazione da parte di una 
banda di feroci assassini di una porzione del territorio nazionale (una nave battente la bandiera tricolore) ci ha invece colpito molto più a fondo. Anzi,
 esso costituisce l’operazione militare
 straniera di gran lunga più ampia e grave di cui l’Italia sia stata vittima sin dalla Seconda Guerra Mondiale.
  • La cattura in volo dei quattro palestinesi che avevano terrorizzato gli inermi
passeggeri della nave e ucciso uno di loro
ha costituito il terzo episodio della serie. 
E’ stata questa, com’è noto, un’operazione condotta esclusivamente dagli
Americani, e di cui il governo italiano 
è stato informato solo a cose fatte; un’operazione, cioè, che ha .coinvolto 
il nostro paese solo a partire dal momento in cui il nostro principale alleato ha richiesto al governo italiano il permesso di far atterrare a Sigonella
 l’aereo dirottato dai suoi caccia. Ma, 
non appena l’aereo egiziano è entrato 
nello spazio aereo italiano, la spinosa 
responsabilità di gestire il brutto pasticcio diplomatico creato dal colpo di 
forza americano è caduta interamente 
sull’Italia. Né si è trattato di una gestione facile, sia perché il comportamento americano ci aveva invischiato 
in una brutta e intricata questione di 
diritto internazionale, sia perché – mentre si cercava di dipanarla – le 
pressioni politiche e addirittura militari dell’America sull’Italia facevano
 sorgere un nuovo problema, quello della dignità e della sovranità nazionale, che 
riduceva ancora lo spazio di manovra 
del governo.

 

Due volontà

Nella Notte di Sigonella: due Nazioni, due volontà a confronto

 

  • Come contraccolpo a questo terzo 
episodio, politicamente più grave di ogni altro, è derivato il successivo atto 
di pirateria di cui l’Italia è stata vittima, con il blocco abusivo a Porto Said di una nostra nave e di un notevole numero di cittadini italiani. Questo episodio è stato sottovalutato dagli osservatori, e volutamente minimizzato dalle 
autorità italiane, per evitare di indebolire ancor più la già difficile posizione dell’Egitto. Ma che la nave e i suoi 
passeggeri fossero veri e propri ostaggi, se mai se ne è voluto dubitare, è 
stato provato dall’aver gli egiziani atteso la partenza del loro aereo dall’Italia per concedere alla nave il permesso di salpare. Ed è stato questo il quarto episodio di altrui aggressività ai nostri danni.

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Gli episodi in cui è stato coinvolto 
il nostro paese nel corso di questa vicenda vanno valutati uno per uno, se si vogliono mettere in chiaro gli elementi necessari a formulare un giudizio sereno sul modo in cui le autorità 
italiane hanno gestito l’intera crisi. In
 assenza di questo quadro, ogni analisi 
del comportamento italiano rientrerebbe nell’ambito delle polemiche meschine e pretestuose che sono esplose a vicenda conclusa, ma che – sia ricordato a disonore di coloro che le hanno 
alimentate – non sono mancate neanche nei momenti più drammatici di 
questa convulsa prima metà d’ottobre.

L’inconsulta reazione egiziana alla 
concessione del permesso di atterraggio a Sigonella è certamente l’episodio 
che merita la condanna più severa, sia 
sotto il profilo della gratuità ed illegalità, che della meschinità dell’ ottica 
ispiratrice. Al Cairo si aveva infatti l’aria di credere che la cattura di ostaggi innocenti fosse indispensabile per ottenere dall’Italia la restituzione dell’aereo e la liberazione dei passeggeri. Non 
si era cioè in grado di capire che l’Italia è uno Stato di diritto, in cui norme 
precise e poteri giudiziari autonomi tutelano i diritti non solo degli innocenti – o presunti tali – ma anche di coloro a carico dei quali sono provate 
responsabilità criminali anche gravissime.

Il sequestro de facto della nave, 
reso ancor più sgradevole dal rude trattamento inflitto ai già tanto provati 
passeggeri, è infatti una violazione del 
diritto internazionale tanto più grave 
in quanto compiuta non da una banda
di profughi senza terra, ma dalle autorità costituite e internazionalmente riconosciute di un paese che pretende 
di essere considerato civile. Omicidio 
a parte, sotto questo profilo, il comportamento egiziano è più grave persino di quello dei terroristi.

 

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La vicenda della “Achille Lauro” ha ispirato una importante opera lirica, “The Death of Klinghoffer”, dal nome del passeggero americano assassinato e gettato in mare dal commando che aveva sequestrato la nave. Accusati di eccessiva comprensione per la causa palestinese, gli autori dell’opera hanno successivamente accettato di introdurre alcuni non trascurabili tagli-

 

Che una banda che pretende di essere portatrice di una istanza di storica giustizia persegua i propri obiettivi 
ammazzando a sangue freddo un povero vecchio paralitico sotto gli occhi 
della moglie, e che per di più «giustifichi» la scelta della vittima con l’argomento che si trattava solo di un ebreo
 e per di più americano, è puramente 
e semplicemente ripugnante. Ed è giusto che la scoperta di un legame organico tra i pirati e l’OLP di Arafat venga da questa duramente pagata in termini di accettabilità sulla scena internazionale.

Non si può, è vero, dimenticare quale sia il retroterra da cui nasce tanta brutalità, tanta indifferenza per 
la sofferenza e la morte altrui, e in definitiva per la propria. Non si può, è 
vero, negare un significato al fatto che
tutto il pulviscolo incontrollabile dei
 gruppi e sottogruppi palestinesi è in definitiva costituito da una diaspora di
sradicati senza terra e senza speranza, cui i «fratelli» degli altri paesi arabi 
hanno per primi negato ogni possibilità di inserimento e di vita normale. 
Non si può negare, è vero, un significato al fatto che si tratta di un atroce 
campionario di umanità fortunosamente sopravvissuta ai massacri giordani del settembre nero e a quelli libanesi
di Tell el-Zatar, ai cannoni siriani a 
Tripoli e ai mitra falangisti a Sabra e
 Shatila.

Tutto ciò non può essere dimenticato, ma vanno sempre tenuti presenti 
i pericoli che alla certezza del giudizio 
etico-politico fanno correre le spiegazioni sociologizzanti. Come dice la saggezza d’oltralpe, taut comprendre c’est 
tout pardonner. Tutta la comprensione 
per lo spaventevole passato dei Palestinesi non può attenuare la condanna 
per la brutalità degli assassini di un vecchio su una sedia rotelle. Essa rende invece ancor più pesante la responsabilità di chi, senza questo background,
si fa complice dei loro metodi e dei 
loro crimini, specie quando si tratti non di un gruppuscolo politico, ma di uno Stato costituito e riconosciuto.

 

 

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Il più clamoroso atto di terrorismo anti-israeliano era stato compiuto alle Olimpiadi di Monaco nel 1972.

Il terzo dei quattro episodi di questo dramma, l’intervento dei caccia 
americani nel cielo dell’Egeo, è stato 
presentato dalla solita cagnara fiIosovietica come un vero e proprio atto di 
pirateria di Stato, quasi confrontabile a quello dei quattro assassini che per due giorni e due notti hanno spadroneggiato a bordo dell’Achille Lauro. Rifutare una simile distorsione della realtà è naturalmente molto facile. Più difficile è invece dare un giudizio equilibrato sull’iniziativa americana.

Non c’è dubbio che la decisione di
 dirottare l’aereo della Egypt Air sia stata per lo meno – per riprendere l’understatement craxiano – «poco ortodossa». Ma è altrettanto innegabile che gli Americani sono ormai da troppi anni 
diventati non solo il bersaglio prediletto del terrorismo, ma anche le vittime di una sistematica campagna di odio
a forte connotazione razzistica, quale non si era più vista dopo la disfatta di Hitler e la morte di Stalin.

Dopo un così lungo stillicidio di violenze e 
di massacri sempre e sistematicamente 
impuniti – perché i responsabili riuscivano in un modo o nell’ altro a riparare dietro le inviolabili frontiere di qualche feroce dittatura orientale – era inevitabile che Washington decidesse prima o poi di passare dalle proteste ai fatti, esercitando il suo diritto 
di inseguire i criminali al di là delle 
frontiere di quei paesi che dimostravano di non essere in grado o di non 
voler impedire l’uso del proprio territorio come santuario o come base del 
terrorismo.

 

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Due mesi dopo la vicenda della “Achille Lauro”, un micidiale attacco terroristico contro le linee aeree israeliane semina strage all’aeroporto Leonardo Da Vinci, a Fiumicino. Un commando palestinese apre il fuoco sulla folla che aspetta di imbarcarsi verso Israele uccidendo 13 persone.

 

La difficoltà di dare un giudizio 
equilibrato sul colpo di forza americano è accresciuta dall’impossibilità di sapere se si sia trattato davvero di un 
definitivo abbandono, da parte della Casa Bianca, dell’imbelle passività degli ultimi dieci anni, o se non si tratti – come è più verosimile – di uno scatto una tantum dovuto all’esasperazione del Presidente e dell’opinione 
pubblica. In pratica, è impossibile dire se si sia trattato di una prova di forza o di un segno di debolezza. E’ impossibile dire se segnalando ai terroristi che d’ora in poi essi non saranno mai 
– o quasi – al riparo della ritorsione americana si è stabilito un principio che 
alla lunga favorisce la stabilità internazionale, o se approfittando di una 
occasione che non si ripeterà tanto facilmente si è dato infine sfogo alle frustrazioni accumulate, il che sarebbe solo un contributo al disordine, che la 
violenza fine a se stessa non può che 
alimentare.

 

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I Caccia americani decollano dalla portaerei

 

Eppure, anche se è impossibile sapere tutto ciò, e se ci si deve basare solo su sensazioni e ipotesi, non è possibile
rinunciare ad avere una opinione al riguardo, e ad averla qui e subito. Perché una interpretazione e una previsione degli obiettivi e della linea politica generale dell’alleato americano, come degli altri attori, è indispensabile 
per definire la condotta del nostro paese nei confronti del terrorismo internazionale, e quella delle forze sensibili agli interessi del paese nei confronti 
delle speculazioni di politica interna.

 

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La ” Delta Force” americana lascia Sigonella

 

Francamente, una valutazione il più possibile obiettiva del comportamento americano non può – in un’ottica non servile – che essere apertamente critica e aperta all’ipotesi dello 
scatto di collera. Solo cosl si spiegherebbe la non considerazione del danno 
permanente che può fare a tutta l’Alleanza la totale disattenzione – o forse persino il disinteresse – nei confronti delle esigenze di self-respect e di politica interna e internazionale dei paesi amici o addirittura alleati che sono 
risultati loro malgrado coinvolti; disattenzione e disinteresse che non potevano se non ridurre l’efficacia dello 
stesso colpo di forza, e provocare solo 
probleini e risentimenti. Per di più, alle 
iniziative tendenti a porre riparo ai 
danni provocati dalla loro scarsa sensibilità per la sovranità dei paesi amici, 
gli americani – autorità responsabili, 
portavoce più o meno ufficiosi, e media – hanno avuto il cattivo gusto di 
reagire con un impolitico coro di grida 
al tradimento, di proteste senza senso 
e di richieste inaccettabili.

Le proteste e le pretese relative alla vicenda di Abu Abbas, in particolare, 
sono apparse sempre più irricevibili da 
parte di uno Stato sovrano, tanto in 
punto di diritto, per il modo «poco ortodosso» in cui egli era giunto in Italia, quanto – e ancor più – per la 
illegale e inconcludente caccia data da 
aerei e commandos americani nello spazio aereo e sul suolo italiano. Non solo i media, ma le stesse autorità americane sembrano incapaci di capire che – in Italia – è solo il «giudice naturale», e 
non il governo, e tanto meno il furor
 di popolo, che possono fare giustizia.

Ma, a parte le diversità tra le due 
tradizioni giuridiche, è altrettanto evidente che Washington non riesce a percepire le ragioni per cui gli Italiani hanno la sensazione di aver acceso, nella drammatica notte dell’atterraggio a Sigonella, un non trascurabile credito con 
l’alleato. Gli USA sembrano non rendersi conto del fatto che l’Italia ha già 
dato un’interpretazione estensiva del 
proprio ruolo di alleata consentendo l’uso di una base NATO sita in territorio italiano per una operazione che, 
anche se finalizzata a un obiettivo encomiabile come la lotta al terrorismo, 
rimane out of area rispetto allo scacchiere coperto dall’ Alleanza.

 

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La “Achille Lauro” in fiamme al largo della Somalia

 

Se i quattro terroristi responsabili del sequestro della Lauro non avessero 
commesso i loro crimini su una nave 
battente bandiera italiana, è molto probabile che il Boeing della Egypt Air, per far trasbordare i Palestinesi in un aereo capace di passare l’Atlantico, avrebbe dovuto atterrare in Israele. Quale tempesta diplomatica si sarebbe in tal caso scatenata tra l’America e gli arabi 
moderati è facile immaginare. Ma è anche facile immaginare che l’Italia non sarebbe stata vittima del secondo atto 
di pirateria perpetrata ai danni dell’Achille Lauro, quello ad opera degli Egiziani. E che oggi saremmo meno esposti ai dirottamenti, sequestri e attentati con cui i complici degli assassini in
nostra mano tenteranno di ottenerne 
il rilascio.

Le autorità e la stampa americane
hanno oggi l’aria di volerci dar lezioni 
di fermezza contro il terrorismo. Sarebbe fin troppo facile ricordar loro che
l’Italia ha già affrontato e vinto una 
lotta contro un «partito armato» che
non era privo di contatti e di sostegni né nel blocco dell’Est, né nella nebulosa palestinese, né tra i destabilizzatori di professione come Gheddafi. E sarebbe fin troppo facile ricordar loro che proprio dagli Stati Uniti sarebbero giunti autorevoli interventi per farci desistere dalla «pista bulgara». E si 
potrebbe anche rompere per un istante il silenzio che solo per amicizia verso il popolo americano l’Italia ha sinora osservato sul troppo facile accesso 
e rifugio trovato negli Stati Uniti da elementi che col «partito armato» hanno avuto più di qualcosa da spartire, da elementi ad esempio del giro di Piperno.

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Bambino palestinese sotto le macerie

Particolarmente poco credibili sono 
poi gli avvertimenti a vigilare contro 
il terrorismo e a prevenirlo che provengono da un paese che si è lasciato cogliere di sorpresa nella vicenda dell’ambasciata di Teheran, che ha incassato senza reagire la strage dei marines a Beirut, che ha dovuto piegarsi al negoziato solo per
lasciare impuniti i dirottatori assassini del jet TWA.

Né – si badi bene – si è trattato di infortuni, ma del risultato inevitabile di un atteggiamento di comprensione delle «ragioni» e delle «motivazioni sociologiche e psicologiche» del
terrorismo diffuso in gran parte dell’opinione pubblica americana e, nel periodo Carter, della stessa leadership politica del paese. E non è azzardato dire che, come lo scatto di esasperazione che ha oggi portato al dirottamento del Boeing della Egypt Air è il frutto diretto dell’eccesso di comprensione di allora, così l’assurda pretesa di oggi che 
l’Italia assumesse, nei confronti di Abu Abbas, un comportamento apertamente illegale, è il backlash del pesante legalismo che ha sempre caratterizzato 
la visione americana delle relazioni internazionali, e che è diventato addirittura parossistico durante l’epoca Car
ter, portando Washington da una sconfitta all’altra.

In singolare contrasto col comportamento americano è l’avarizia di parole osservata dagli Israeliani, 
cui si può solo rimproverare una mal celata soddisfazione non appena si è 
sparsa la notizia che un gruppetto di Palestinesi aveva scelto proprio una nave 
battente la bandiera della loro tanto amica Italia  per 
il loro show di violenza e di 
morte.

A conti fatti, anzi, in tutta questa 
tragedia in quattro atti in cui l’Italia 
è stata suo malgrado coinvolta, Israele 
è – tra coloro che hanno preso l’iniziativa – quello il cui comportamento 
risulta meno facilmente criticabile. Gerusalemme ha solo l’imbarazzo della 
scelta per indicare provocazioni tanto gravi da giustificare il raid sul quartier 
generale di Arafat. E anche se ciò ha 
implicato la violazione della sovranità 
tunisina, con un’ operazione di precisione chirurgica, che non ha distrutto altro se non le basi OLP, si tratta di una colpa tanto meno grave in quanto la Tunisia si considera essa stessa in stato di guerra con Israele, al punto da aver rotto le relazioni diplomatiche con l’Egitto, per essersi questo macchiato della «colpa» di firmare la 
pace di Camp David.

Se proprio si vuoI trovare una sbavatura, in questo episodio, bisogna andarla a cercare nella scomposta reazione della Casa Bianca. Gli Americani 
hanno plaudito al raid israeliano sulla 
Tunisia con l’entusiasmo di una platea 
di periferia al momento in cui «arrivano i nostri». Solo in un secondo momento, considerazioni di ordine diplomatico hanno ispirato una posizione più moderata e sfumata. Ma, anche dopo questo aggiustamento, l’atteggiamento 
americano non era in nessun modo da
noi condivisibile, anche se poi, da parte nostra, si è finito per cadere nel 
grottesco, quando si sono fatti paragoni con le Fosse Ardeatine.

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Una vittima dei massacri di Sabra e Shatila

La cosa più grave è però che i nostri alleati d’oltre oceano non sembrano rendersi conto di come, vista dall’Italia, un’azione militare che rischia
di destabilizzare e di gettare in mano
 a un regime alla Gheddafi un paese a 
noi cosi vicino appaia pericolosissima.

L’attuale amministrazione americana critica l’Europa per l’insensibilità che 
questa dimostrerebbe relativamente al 
pericoÌo che la destabilizzazione del Centroamerica a opera di forze esterne costituisce per la sicurezza degli Stati Uniti. Può darsi che abbia ragione. 
Ma in tal caso come fa a non accorgersi che una eventuale destabilizzazione della Tunisia farebbe pesare sull’Italia – e non 
solo sull’Italia – una minaccia infinitamente più grave e più prossima? E 
lo stesso vale per la destabilizzazione 
dell’Egitto, che, se è più lontano dalle 
nostre coste, è però un paese di importanza strategica e di potenziale umano ben maggiore. Quali che siano state le colpe di Mubarak in questa sciagurata vicenda, è un fatto che la Casa Bianca, dirottando il 737 dell’Egypt Air, ha umiliato l’Egitto con totale 
disattenzione alle conseguenze negative che una svolta estremistica in questo paese potrebbe avere per tutto il 
fianco sud della NATO.

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Craxi e Reagan

Le relazioni italo-americane – è difficile negarlo – sono uscite un po’ malconce da questa vicenda. E questo non 
perché, dopo aver osato dire NO alla 
Casa Bianca, l’Italia – come teme il 
direttore della «Repubblica» – dovrà 
fare i conti con la rabbia di Reagan. 
Ma perché, nella crisi più grave in cui 
il nostro paese sia stato coinvolto dopo la fine della seconda guerra mondiale, abbiamo dovuto constatare che 
gli Stati Uniti – pur continuando ad 
apprezzare appieno sia l’importanza 
strategica sia la saldezza dell’impegno 
occidentale dell’Italia – sembrano incapaci di capire alcune nostre fondamentali esigenze di sicurezza.

Naturalmente, una constatazione di cosi ampio momento non poteva 
andare senza lacerazioni interne all’Italia, senza dissensi proprio tra le forze politiche più filoccidentali. E’ cosi 
apparso un clivage politico inedito nell’Italia postbellica: quello tra un «partito americano» (che nasconde il proprio appiattimento sul potente alleato d’oltreoceano
battendo acriticamente la grancassa di un’amicizia per Israele di cui falsamente pretende di avere il monopolio) 
e un partito che è giocoforza definire 
semplicemente filo- italiano (che, per 
essere in questa particolare occasione critico del comportamento americano, non è per questo meno filoccidentale, o meno sensibile alle ragioni strategiche di Israe1e, solo che è anche consapevole dell’interesse italiano alla stabilità nel Mediterraneo occidentale, e sensibile alle ragioni degli sfortunati 
profughi palestinesi).

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Bettino Craxi e Gianni DE Michelis, a lungo Ministro degli Esteri della Repubblica Italiana

Ed è questo – si noti – un clivage che, oltre a non includere i comunisti, come è ovvio, finisce anche con lo 
sfiorare solo marginalmente il partito di maggioranza relativa. Non a caso, a parte Andreotti, i democristiani – i cui riferimenti internazionali sono assai sbiaditi – sono stati molto prudenti nelle vicende che hanno portato
alla crisi di governo. E’ in pratica all’interno della cosiddetta “area laica” che si manifesta l’esistenza di un partito di tipo nuovo, che incarna in scelte politiche (non più solo nel personale attaccamento del premier socialista 
per la figura di Garibaldi o nel simbolismo di una festa nazionale dedicata 
al Tricolore) una ritrovata dignità dell’essere italiano e una concreta attenzione agli interessi irrinunciabili della sicurezza; di un partito che si onora di chiamarsi Socialista, ma che potremmo definire anche “liberale” per contrapposizione ai partiti “servili”, che non riescono a concepire il rapporto con gli alleati se non nei termini dell’Italia cosiddetta “eterna”, la cui più recente manifestazione esplicita è stata la Repubblica di Salò.

 

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La tomba di Craxi ad Hammamet

 

Fondamentale, in questa visione socialista e liberale, è che non possano esistere due pesi e due misure per valutare le esigenze di sicurezza e la legittimità dei 
comportamenti, sia che si tratti di piccole che di grandi potenze. Proprio questo – la naturale esistenza di due pesi e due misure – sembra il convincimento di coloro che in casa nostra ritengono impensabile per l’Italia 
ogni posizione diversa dall’essere pedissequamente filo-questo o filo-quello, 
e che neanche trovano indecente che 
gli italiani si accapiglino tra di loro dividendosi lungo le stesse linee.

Ma è proprio il rifiuto dei due pesi
e due misure da parte del governo italiano, e il rifiuto dell’ideologia servile da parte di quasi tutte le forze del penta partito, che emergono dalla storia di queste due settimane. Ed è perciò possibile dire, con un gioco di parole solo apparente, che il primo governo a guida socialista della storia d’Italia è stato, nella sua drammatica fase conclusiva, ispirato da una visione 
altamente liberale della irrinunciabi
le dignità che, alla pari con i massimi, 
medi e minimi protagonisti della vicenda mondiale, spetta al nostro Paese.

 

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