Il sogno di un’Università “diversa”

Il sogno di un’Università “diversa”


Giuseppe Sacco



Alla Luiss con Rosario Romeo

 

b/rChe una grande figura morale, uno di quegli storici cui una Nazione antica e vitale affida il ruolo di custode del ricordo delle generazioni che sono state, il compito di tramandarlo a quelle che verranno, e quello di spiegar loro il significato spirituale e politico del proprio passato; che un grande intellettuale come Rosario Romeo, insomma, abbia potuto dedicare parte del proprio troppo breve tempo alla creazione e al successo di una università privata non può che lasciare sgomenti, o almeno assai perplessi. Perché quella fase della vita di Romeo copre un arco di ben cinque anni: dal 1979 al 1984. E furono quelli, per lui, anni di impegno intensissimo non solo sul piano operativo, ma anche – oserei dire – su quello delle emozioni. Emozioni legate dapprima all’audacia della sfida che l’idea comportava, poi al manifestarsi graduale di difficoltà superate in maniera sempre più faticosa; non tanto di carattere pratico, ma piuttosto legate all’evidente malavoglia e insufficienza del mondo dell’imprenditoria a svolgere il ruolo che il progetto di una Università di eccellenza loro richiedeva.

Sull’impegno e sul travaglio di Rosario Romeo in quegli anni, caratterizzati in Italia dal clima plumbeo ereditato dal decennio precedente – dalla contestazione all’assassinio di Aldo Moro – la mia testimonianza può essere solo parziale, relativa agli anni successivi al 1980 quando, durante lo Straordinariato, incominciai a insegnare alla Luiss come Professore incaricato, e il mio sodalizio con Rosario Romeo divenne un fatto ancor più intenso e quotidiano di quanto non fosse stato sino ad allora; durante il lungo e forte antecedente, che risaliva addirittura al 1956, ma che si collega intellettualmente al suo impegno – successivo di molti anni – per la creazione nel Centro-Sud di una università “diversa”.

C’è infatti, nella vita di ognuno, una data, un anno che, anche prima che si incominci a fare il bilancio della propria vita, appare chiaramente come un momento cruciale, il momento di una svolta irreversibile – per ciò che è accaduto, o per ciò che si è fatto, o per ciò che si è rinunciato a fare. E per gran parte di coloro che appartengono alle generazioni che vanno da quella di Rosario Romeo fino alla mia, quel momento di svolta è molto spesso venuto nel 1956, anno in cui egli lasciò un segno indelebile negli studi storici. Ma così fu anche per me, perché compii allora diciott’anni e lasciai il Liceo per la Facoltà di Ingegneria, passaggio che già di per sé segna un vero e proprio coming of age, e perché mi trovai alle prese con la prima difficile scelta morale e politica della mia vita.

Già dall’anno precedente avevo infatti iniziato a fare la gavetta come reporterper “Paese Sera”, nelle ore libere dallo studio, o piuttosto ad esso sottratte. Lavoravo giorno e notte, e imparavo non poche cose, soprattutto sulla mia città. Ma purtroppo non durò a lungo perché – pur essendo Stalin morto da più di tre anni, e quando tutti credevamo che il “disgelo” fosse ormai un processo non più reversibile – le vicende della politica internazionale vennero a guastarmi la festa.

Era successo che a Poznan, in Polonia, la polizia comunista aveva fatto più di ottanta morti per reprimere una manifestazione operaia contro il “mastino di Stalin”, Kostantin Rokossovsky, un Maresciallo sovietico imposto a forza ai Polacchi come membro del loro governo “democratico e popolare”. Alla fine la repressione non servì, e Mosca dovette cedere, accettando l’avvento al potere di Wladyslaw Gomulka, un comunista patriottico. Ma lo scandalo e le discussioni all’interno della sinistra italiana, e che precedettero di poco quelle furibonde sull’Ungheria, spaccarono anche la nostra piccola redazione. E ci lasciammo – in quella che per alcuni di noi fu l’ultima sera di collaborazione – in maniera assai amara.

Ch’io ci fossi rimasto francamente male, se ne accorse il mio compagno di viaggio di ogni sera, nell’ultima corsa della funicolare del Vomero, Raffaello Franchini, un professore di filosofia, che per passione politica faceva anche il giornalista, in un quotidiano dichiaratamente liberale. Prendevamo sempre l’ultima corsa, quella di mezzanotte, e sempre scambiavamo qualche commento sui fatti del giorno. Quella sera insistette per sapere cosa avessi, e non appena intuì che c’era stato un problema politico con “Paese Sera”, incominciò a dire che era inevitabile, che lui se l’era già immaginato, ch’io ero troppo liberale per resistere a lungo in un ambiente politicamente così diverso “dai miei istinti”. Dopo la seconda fermata della funicolare (erano tre in tutto) mi aveva già detto che, se volevo fare il giornalista, la cosa migliore da fare era di andare a trovare Francesco Compagna, che aveva da poco lanciato un nuovo mensile, “Nord e Sud”.

Là per la, io non ne fui molto convinto. Non ero veramente sicuro di voler fare il giornalista, anzi mi ero già iscritto alla Facoltà di Ingegneria. Ma soprattutto, “Nord e Sud” mi sembrava collocarsi ad un livello per me irraggiungibile. La rivista di Compagna aveva un altissimo profilo culturale, ed io avevo sino ad allora fatto per lo più cronaca nera. Ma Franchini, con disinteressata generosità, non mollò. Anzi, una mattina che ci incontrammo casualmente in un bar, comprò un gettone e chiamò lui il suo amico “Chinchino”, per fissarmi un appuntamento.

E fu così che conobbi Francesco Compagna e incominciai a “giocare nella sua squadra”, sei pomeriggi la settimana. E, nella redazione di “Nord e Sud”, a stabilire rapporti e stringere amicizie rivelatesi poi indistruttibili.

Il rapporto con lo stesso Compagna era naturalmente quello più importante; rapporto fortissimo, ma anche caratterizzato dal rispetto dei ruoli. Debbo infatti dire che, per me, Compagna non diventò mai “Chinchino”. Me lo impediva in primo luogo la differenza d’età, dato che non avevo neanche 18 anni quando approdai a “Nord e Sud”. E poi, al momento del nostro primo incontro, lui era il punto di riferimento intellettuale della città, mentre io ero solo uno studentello. In realtà, il nostro rapporto divenne rapidamente simile a quello tra un padre che cerca di essere severo senza riuscirci, e di un figlio capriccioso, curioso di mille cose ed in perenne crisi adolescenziale.  Ma importante era anche il rapporto con lo stesso Franchini, di cui seguivo con grandissimo interesse il corso di Filosofia della Storia. Di fondamentale importanza, infine, l’intesa intellettuale con i due grandi storici del gruppo, Giuseppe Galasso e Rosario Romeo.

Il dibattito sul marxismo e lo sviluppo

Per quest’ultimo, in particolare, il 1956 fu anche l’anno in cui Nord e Sudpubblicò, in due corposissime puntate il saggio su “La storiografia politica marxista”, con cui si compie la sua rottura con quella ampia parte del mondo accademico in cui l’egemonia gramsciana sembrava essere indiscutibile; sembrava – per usare un’espressione dello stesso Romeo – “fare parte della storia sacra”.  Una “narrativa” che quelle 60 pagine decisamente anticonformiste sfidarono,[2] preannunciando già la motivazione politica che sarà, circa 15 anni dopo, dietro la sua idea di dar vita ad università diversa da quelle di cui egli – da Rettore della Luiss – traccerà un terribile ritratto dopo l’assassinio di Vittorio Bachelet [3].

Quelle 60 pagine furono peraltro notate anche da molto lontano, dallo storico dell’economia dell’Università di Harvard, Aleksandr Gerschenkron, di cui si diceva che leggesse diciotto lingue, cui non sfuggì quanto esse costituissero, in Italia e per quei tempi, un evento politico-culturale “di rottura”, e ne scrisse in un suo importante libro, “L’arretratezza economica nella prospettiva storica”. Un’opera che avrà poi un ruolo rivelatore a proposito del rapporto tra Romeo e la “Libera Università” che egli aveva tanto contribuito a creare.

Soprattutto, quel saggio su “La storiografia politica marxista” fece di Nord e Sudun punto di riferimento non più aggirabile nel dibattito politico-intellettuale italiano. E le due stanzette in cui aveva sede la redazione del mensile coraggiosamente lanciato da Francesco Compagna meno di due anni prima, nel Dicembre 1954, divennero in maniera del tutto spontanea un cenacolo politico-filosofico, una sorta di seminario permanente di dibattito dall’approccio e dal livello culturale del tutto improbabili ed inaspettati nella depressissima Napoli di quegli anni, dominata dai monarchici di Achille Lauro. Ovviamente – anche se lui, Rosario Romeo, non era presente a Napoli che saltuariamente – le sue tesi alimentarono e dominarono le discussioni tra i collaboratori della rivista ed i molti amici che, dopo le ore di ufficio, si riunivano nella redazione.  Per più di un anno non si parlò quasi d’altro, anche perché il mondo veniva scosso da eventi la cui portata storica era evidente, come la rivoluzione ungherese e la crisi di Suez e del colonialismo, e che mettevano a dura prova gli schemi analitici della cultura e soprattutto della storiografia marxista.

Il ricordo di quelle serate è per me indelebile, anche perché in quel gruppo ero il più giovane, e mi sentivo uno scolaretto. E poi perché il dibattito sul saggio di Romeo investiva in pieno le mie precoci convinzioni politiche.  Ma non ci volle molto perché notassi che la critica di Romeo alla storiografia marxista era meno radicale di quanto non fosse la critica di Franchini al marxismo tout court. E poi, io mi ero appena iscritto all’Università, con l’obiettivo di laurearmi in Ingegneria aeronautica: il che – fu lo stesso Romeo a sottolinearlo, in maniera che trovai incoraggiante – non era per niente lontano né dai problemi di Napoli, né dalla questione meridionale, problemi e questione su cui egli, come tutta la squadra di “Nord e Sud”, era fortemente impegnato, culturalmente e politicamente. E che erano al centro degli interessi di Compagna e della rivista. Su questi temi, peraltro, ci si concentrò ancora di più dopo che Romeo ebbe consegnato a Compagna un altro suo fondamentale scritto su “Problemi dello sviluppo capitalistico in Italia dal 1861 al 1887”, che Nord e Sudpubblicò, quasi soffocando sotto le sue 87 pagine, anch’esso in due puntate successive. Erano insomma argomenti che tornavano spesso nei discorsi di Romeo, e che si ritroveranno cinque anni dopo nella sua “Breve storia dell’industria italiana”.

A “Nord e Sud”, in molte lunghe serate, potemmo così godere del privilegio di imparare dalla sua viva voce quanto non immaginavamo nemmeno si potesse raccontare su come Napoli fosse stata al centro dell’industria del volo sin dai suoi inizi, e come poi avesse partecipato ai suoi rapidissimi sviluppi durante sia la Prima che la Seconda guerra mondiale. Il tutto con una dovizia di particolari, che sorprese lo stesso Compagna, che pure conosceva a fondo Napoli e il Mezzogiorno; particolari che andavano dal numero degli aerei prodotti nel corso di tre fasi successive di sviluppo. al ruolo di Nicola Romeo, l’ingegnere napoletano suo omonimo, che poi creerà l’Alfa Romeo, ma che nel 1923 aveva fondato, a Pomigliano d’Arco, l’IMAN, le Industrie Meccaniche ed Aeronautiche Napoletane. E ancora, dal tipo di velivoli prodotti al loro impiego sia civile che militare; dai risultati ottenuti nelle operazioni belliche alle aspettative legate al recente passaggio dai motori a pistoni a quelli a turboelica.

Da lui appresi persino del diverso stadio di sviluppo in cui si trovavano l’industria degli aerei, già allora più o meno in una fase di maturità, e quella dei motori aerei, che invece stava allora per aver una rivoluzione tutta sua, dovuta dalla piena accettazione del motore a getto per gli aerei sia militari che civili. E fu sempre da lui che ebbi la mia prima idea su quanto si sarebbe potuto realizzare in futuro grazie al fatto che l’anno precedente, 1955, a rilanciare l’industria aeronautica del Sud, ribattezzata col nome di Aerferera intervenuta, la Finmeccanica, cioè lo Stato, con un effettivo disegno di politica industriale.

Scoprii infine che, pur nell’impianto ideologicamente e politicamente liberale, che era quello del gruppo di Nord e Sud, Rosario Romeo era – peraltro insieme allo stesso Compagna, le cui idee conoscerò molto bene nei quindici anni in cui sarò suo Assistente all’Università, ed a Giuseppe Galasso, l’altra grande personalità del gruppo – un tenace assertore del ruolo dell’industria pubblica. E lo rimase sempre, anche negli anni in cui tentava, da Rettore, di creare insieme a Guido Carli, e ad esponenti importanti del mondo dell’industria privata, una università liberata dal conformismo di sinistra prevalente negli ambienti accademici ed editoriali. Lo rimase con passione, e con espressioni di crescente preoccupazione man mano che si moltiplicavano, nel corso degli anni, gli ostacoli all’azione delle Partecipazioni Statali, soprattutto nel Mezzogiorno.

Una università per lo sviluppo economico e civile

Della Luiss, in termini concreti, Romeo mi parlò per la prima volta solo alla fine degli anni ’70, e al numero 12 di Viale Pola, come Professore, io misi piede solo dopo un periodo, durato ben 18 anni (1962-1980) da quando avevo di fatto abbandonato il Sud (“anche quando state quà – mi ebbe a dire Compagna – voi siete psicologicamente emigrato”) trascorsi tra Parigi, dove nel frattempo ero diventato Capo Divisione all’OCSE, all’ISPI, l’Istituto di Studi Politici Internazionali di Milano e alle Università di Siena e di Firenze. Ma a partire da quel momento, il sodalizio con Romeo divenne quotidiano e fortissimo.

Che mi parlasse di una “università diversa” accadde durante una conversazione che . come già detto – si collegava direttamente alle cose di cui egli ci aveva parlato nelle serate a Nord e Sud; accadde durante una conversazione sull’industria aeronautica nell’Italia centro-meridionale, che si era allargata a tutto il quadro mondiale, tanto da toccare il tema delle attività produttive indotte nella zona di Pasadena, in California, dalla ricerca svolta in una istituzione scientifico-tecnica, il Jet Propulsion Laboratory.  E fu in quell’occasione che midivenne chiaro come Romeo concepisse la Luiss come una sorta di spoletta d’innesco di un fenomeno socio-economico analogo, anche se forzatamente dissimile e su scala ridotta, a quelli verificatisi spontaneamente non solo nella stessa Pasadena, ma anche e soprattutto – nel comparto, però, dell’industria elettronica – lungo l’asse della “route 128”, che collega il MIT di Boston con lo yarddi Harvard, a Cambridge, Mass, e che aveva provocato un vero e proprio boomindustriale e scientifico-tecnologico in quella che diventerà più tardi la famosa Silicon Valley.

Ciò collimava con il fatto che in Italia – attorno alla metà degli anni sessanta – si era esaurita la possibilità per il sistema industriale di progredire tecnologicamente, come aveva fatto dalla fine della seconda Guerra Mondiale in poi, quasi soltanto attraverso l’acquisto o l’imitazione di brevetti esteri. E era diventato facilmente intuibile che l’Italia industriale, man mano che i vari settori prendevano atto di aver recuperato tutto o quasi il ritardo accumulato negli anni dell’autarchia, sarebbe entrata in una fase in cui la spesa per la ricerca era destinata ad accrescersi rapidamente. E ciò lasciava sperare il verificarsi di fenomeni come quelli visti negli Stati Uniti, di sviluppo delle attività produttive innescato dalla integrazione e dalla collaborazione con istituzioni di ricerca e di insegnamento.

Sullo sviluppo trainato dalla ricerca, il modello californiano di quegli anni, Rosario Romeo, aveva trovato di qualche interesse il libro in cui anni prima avevo esposto questa mia ipotesi[4], e aveva voluto che ne parlassimo a fondo. Era evidente che l’esempio americano apriva nuovi spunti alla riflessione sullo sviluppo economico. Tanto più che, proprio nel 1967, cioè nell’anno in cui stavo scrivendo la tesi per concludere i miei studi alla Ecole des Hautes Etudesdella Sorbona, e tesi che poi sarà alla base del libro che tanto aveva interessato Romeo, i Tedeschi stavano già mettendo in atto un’iniziativa concreta ispirata al modello californiano, con la creazione ad Ulm, sul Danubio, di una nuova università che diventerà ben presto il nucleo di un formidabile processo di sviluppo industriale e scientifico- tecnologico nella città che aveva dato i natali ad Albert Einstein.

Ed era chiaro che la strategia da me notata e descritta poteva valere anche per il Sud, e che essa apriva un nuovo filone al pensiero meridionalista. Tanto più dato che era ispirandosi a tale modello che un paese mediterraneo come Israele – che aveva fino allora puntato soprattutto sul settore agricolo ma che, data l’aridità del territorio, aveva grandissimo bisogno di una strategia di industrializzazione totalmente nuova – era riuscito a dar vita, attorno al Weizmann Institute of Sciencead un fenomeno di cui ironicamente, ma con un humour molto da ingeneri, si discuteva se dovesse esser detto “Route1,28” oppure “Route12,8[5].

Questo aveva, peraltro, fatto si che, già dal 1970, non fosse più vero quel che lo stesso Romeo aveva sottolineato vent’anni prima[6], relativamente alla grande peculiarità – nel quadro dei paesi economicamente avanzati – del soggetto politico nato con il Risorgimento nazionale: un soggetto politico che “in un paese povero di territorio e di risorse naturali e sottoposto ad una fortissima pressione demografica come l’Italia è riuscito, unico tra quelli dell’area mediterranea, a creare un grande apparato industriale e una civiltà urbana altamente sviluppata, che in gran parte del paese ha diffuso più civili e indipendenti rapporti tra gli uomini e le classi, una più moderna concezione della vita, una più larga partecipazione degli italiani ai beni materiali e morali del mondo moderno”. Infatti, grazie al modello di sviluppo trainato dalla ricerca, applicato da Israele, l’Italia non era più l’unico paese moderno del bacino Mediterraneo.

Per di più, l’investimento nei laboratori di ricerca richiedeva capitali molto meno ingenti di quelli che sino allora si era pensato fosse necessario investire nel sistema industriale del Sud Italia, per avviare processi di sviluppo a carattere autopropulsivo, anche se non autonomo, anzi fortemente complementare a quanto accadeva nelle regioni più avanzate d’Italia. E ciò contribuiva a correggeva una stortura che era apparsa in quegli anni nell’impostazione delle misure che erano state adottate all’indomani della seconda guerra mondiale e della creazione della Cassa per il Mezzogiorno; stortura che consisteva nel fatto che lo Stato, per sostenere gli investimenti produttivi nel Sud, interveniva a coprire una parte sostanziosa degli interessi sulla spesa di capitale. E che aveva portato ad un enorme sperpero di parte della ricchezza ottenuta grazie ai bassissimi salari degli anni del boom, molto più duri ed austeri di quelli del successivo “miracolo”. Basta pensare al caso di Angelo Rovelli che, partito con un prestito di 40.000 dollari, ottenuto grazie “probabilmente alcune sue amicizie politiche, soprattutto quella con Giovanni Gronchi, ministro dell’Industria nel secondo e nel terzo governo Bonomi, tra il 1944 e il 1945”, bruciò migliaia e migliaia di miliardi di risorse pubbliche in progetti nel settore chimico, completamente disadatti alle caratteristiche naturali ed economiche delle regioni meridionali. E ciò fino a tutti gli anni settanta, in piena fase di compromesso storico[7].

In molti casi, per creare attività produttive nella cosiddetta “Zona Cassa”, gli imprenditori venivano a disporre di capitali pagati a meno del 3% all’anno, che per quei tempi era assai contenuto. Il che aveva fatto sì che pochi soggetti economici con forti connessioni politiche avevano investito in settori ad altissima intensità di capitale, per esempio nel settore della raffinazione, dove la creazione di un posto di lavoro costava anche un miliardo di lire dell’epoca, contro meno di 10 milioni in comparti come, ad esempio, l’abbigliamento. Il fattore che era strutturalmente scarso nel Mezzogiorno, il capitale, finiva così per essere utilizzato in maniera intensiva mentre il lavoro, assai abbondante nel Sud, veniva utilizzato col contagocce. Tanto che lo stesso Compagna propose successivamente una modifica della legislazione per il Sud: modifica che legasse i finanziamenti al numero di posti lavoro creati.

I laboratori di ricerca (specie quelli non legati ai mega progetti più scientifico-teorici che tecnico-industriali, quali quelli del CERN di Ginevra, o il Progetto ITER per la fusione termonucleare controllata, che sono in genere finanziati direttamente dallo Stato o addirittura da più Stati) tendevano ad avere un più equilibrato rapporto tra energie umane e risorse finanziarie impiegate,  offrendo così maggiori occasioni di occupazione al gran numero di giovani intellettualmente brillanti annualmente sfornati dalle Università meridionali. Ma discutendo di quel mio libro, e dei fenomeni che esso analizzava, Romeo mi disse anche della sua totale sfiducia nel fatto che l’università pubblica potesse, come centro di ricerca e formazione, avere più alcuna funzione trainante nello sviluppo del paese. E di come, col progetto della Luiss, egli provasse a contrastare, nel limite delle sue personali forze, questo declino.

Una legge; e forse un vaccino

Romeo non si sbagliava. Perché, se nel quadro del sistema universitario quel libro portò solo al modesto risultato di farmi ottenere il mio primo incarico come professore, e poi – l’anno appena successivo – una assai significativa promozione, fuori dall’Università i risultati furono più significativi. Già quando il libro era ancora in lavorazione, Compagna, il mio maestro, che era ovviamente a conoscenza del tema cui stavo lavorando, mi aveva dato un non piccolo incoraggiamento: “Sacco! – mi aveva detto – Se voi mi date gli strumenti, io capovolgo la situazione del Mezzogiorno.” E infatti, non appena eletto deputato egli creò lo strumento perché la teoria si tramutasse in risultati concreti: presentò e fece approvare il cosiddetto “emendamento Compagna” alla legislazione per il Mezzogiorno, in virtù del quale le provvidenze previste per i nuovi investimenti produttivi nel Sud venivano estese anche ai laboratori di ricerca. E fu un cambiamento importantissimo, i cui effetti positivi si sono prolungati e moltiplicati nel corso degli anni successivi.

Ad approfittare di questa nuova possibilità, però, non furono quasi mai le università, che pure sarebbero la sede naturale dell’attività di ricerca scientifica e tecnica, bensì aziende pubbliche e private che crearono, più spesso ampliarono o semplicemente trasferirono nella “Zona Cassa”, i loro laboratori di ricerca presenti altrove, nel Nord-Italia, o anche dall’estero; ovviamente. Nacquero o crebbero così moltissimi centri si ricerca per l’innovazione scientifica e tecnologica. Ad esempio, in campo tanto diversi come quello medico-biologico e quello aeronautico, nella zona di Pomezia, che dista solo una ventina di chilometri da Roma, ma si trova già in quella che era la “Zona Cassa”, cioè in un’area particolare del Mezzogiorno” che accoppiava i vantaggi della vicinanza alla grande città con quelli delle provvidenze per il Sud.

E se in Italia qualcuno facesse attenzione a queste cose, si sarebbe notato che il primo vaccino contro il Covid-19 che – a fine luglio 2020 – abbia già offerto qualche risultato veramente affidabile, il ChAdOx1è stato sviluppato congiuntamente dallo Jenner Institute dell’Università di Oxford e dalla società italo-americana Irbm, che occupa 200 ricercatori, in gran parte meridionali. E che ha sede – guarda caso – proprio a Pomezia, dove è nata un quarto di secolo fa, sulla base di un precedente investimento fatto da una importantissima Società farmaceutica del New Jersey, la Merck Lab, con 125 anni di storia, i cui managers non avevano certo mai sentito parlare di Pomezia, e probabilmente neanche del Mezzogiorno, prima che il provvidenziale “emendamento Compagna”, ispirato dal libro del suo inquieto allievo, venisse a cambiare il quadro internazionale delle convenienze nella scelta delle localizzazioni per le attività di ricerca.

E poi l’Area della ricerca di Napoli, il CSATA di Bari, e più tardi la cosiddetta “Etna Valley”, ma soprattutto l’ELASIS. Questo centro di ricerca creato a fianco dell’Alfa Sud di Pomigliano d’Arco, in seguito svilupperà –  tra molto altro – anche la tecnologia del motore Fire, la carta vincente con cui molti anni dopo Sergio Marchionne riuscirà a ottenere il sostegno politico ed economico di Barack Obama per il salvataggio dalla Chrysler. Si era trattato, insomma, di successi indubbiamente non trascurabili, ma di successi legati al mondo aziendale, mentre il sistema universitario meridionale confermava il desolato giudizio di Romeo sulla perdita di ogni capacità di svolgere un ruolo trainante nello sviluppo economico e sociale.

Questo suo pessimismo si rafforzo chiaramente negli anni successivi, gli stessi anni in cui egli venne coinvolto sempre più a fondo nella vicenda della Luiss. E fu quella la molla che lo indusse a suggerirmi che era proprio un’università privata e legata al mondo dell’imprenditoria il posto a me adatto, e dove avrei potuto trarre miglior frutto dai miei studi di politica industriale. Romeo mi diede perciò un’immagine positiva della Luiss di cui, dopo l’esperienza dell’istituto Universitario europeo di Firenze, era diventato Rettore. Me ne parlò in termini che mi fecero capire quanto egli tenesse a fare della ex-Pro Deonon solo un centro di eccellenza, ma anche uno strumento di progresso per il Centro-Sud, e finalizzata a creare un nuovo tipo di intellettuale, capace di contribuire ad una più rapida crescita economica e civile del Paese.

Tra impegno e sfiducia

Negli anni successivi quando, con l’incarico alla Luiss, la mia frequentazione con Rosario Romeo divenne ancora più intensa, e mi fu evidente come il suo giudizio sullo stato del sistema universitario pubblico non fosse cambiato. Eppure, posso dare testimonianza personale del fatto che egli non mi ha mai scoraggiato dal proseguire nella carriera accademica, una carriera – egli ebbe a dire una sera, durante una conversazione con Nello Ajello, un giornalista dell’Espressoche era stata un’altra “colonna” di Nord e Sud, ma che era poi andato via da Napoli – che a partire dalla fine degli anni sessanta si era “drammaticamente svalutata”. Ma non mi incoraggiò nemmeno; come se non volesse prendersi la responsabilità di farmi abbandonare la linea di mantenermi aperte altre strade nella vita, come quella di consulente allo sviluppo (che mi portò dappertutto; in Afghanistan, Arabia Saudita, Kazakhstan, Mali, Malesia, Messico, Sudan; oppure come la posizione all’OCSE, che nella seconda metà degli anni 1970, mi aveva consentito di vivere a Parigi con tutti gli ingiustificati privilegi retributivi e fiscali legati allo status diplomatico.

In realtà, sulla questione universitaria italiana, mi parve che Rosario Romeo fosse addirittura lacerato. Da un lato egli dedicava gran parte delle sue forze al tentativo di fare della Luiss un vero centro di eccellenza, dall’altro sembrava dubitare che ciò fosse possibile. E ciò almeno dopo il 1980: non quindi nel periodo della sua creazione, bensì nella fase in cui maturano gli eventi che portarono alla sua rinuncia al ruolo di Rettore ed alla prova definitiva di come – nel quadro generale del degrado culturale e morale della società italiana – non fosse sufficiente, e neanche veramente possibile, chiudersi in una università privata, come fosse uno di quei monasteri che per secoli, durante e dopo le invasioni barbariche, ospitarono le élitescolte romana e cristiana.

Ciò appare evidente anche dai suoi scritti politici di quegli anni, apparsi principalmente sulle colonne delGiornaledi Indro Montanelli. Molti di essi sono dedicati alla questione universitaria, e sono assai spesso aspramente critici. Eppure, si trovano in essi non pochi spunti e suggerimenti su come dare risposta alle insufficienze più gravi, se non un tentativo di teorizzare un possibile rimedio a quella situazione. Ma non c’è, in questi articoli, non si dice una teorizzazione, ma neanche un accenno all’ipotetico ruolo che le università private avrebbero potuto svolgere a tal fine.

E significativa mi pareva, del resto, anche la posizione amministrativa di Romeo; cioè il fatto che neanche nella fase in cui egli aveva il principale ruolo simbolico e di garanzia, nonché scientifico e didattico, della Luiss, cioè nel periodo in cui ne fu Rettore, egli abbia mai pensato di trasferire formalmente la propria posizione di titolare di cattedra dalla Facoltà di lettere della Sapienzaalla Facoltà di Scienze Politiche dell’ateneo di viale Pola; segno di un attaccamento che nei primi tempi mi parve di tipo sentimentale, ma che invece finii per considerare come la prova del suo crescente convincimento che in un paese in cui si vuole che regni la libertà di pensiero e il pieno sviluppo della personalità dei suoi giovani, il ruolo educativo, e di formazione delle élites che da esso dovrebbe discendere, non possa fondamentalmente, se non esclusivamente, essere  che un compito dello Stato.

Alla Luiss, in quegli anni, apparve infatti appieno quanto fosse difficile la conciliazione tra due visioni – una aziendale e l’altra istituzionale – dell’università. Sulla cruciale questione dei poteri dei Consigli di Facoltà – cioè dei docenti – e del Consiglio di amministrazione – cioè della proprietà – il nuovo statuto adottato dalla Luiss nel 1981 lasciava indubbiamente al riguardo spazi interpretativi abbastanza ampi, fino all’ambiguità. Eppure, era un’ambiguità che consentiva a questo strano ibrido di funzionare, come dimostravano i fatti.

Da un lato, Romeo, negli anni in cui fu Rettore, vide sistematicamente accolte dal Consiglio di Amministrazione tutte le proposte deliberate dai Consigli di Facoltà dell’Ateneo. Ma d’altro canto, una inconciliabilità di fondo restava, e finì per provocare una crisi quando il disaccordo giunse a toccare un punto che per Romeo era di cruciale importanza più di come esso non apparisse agli esponenti del mondo dell’industria: la chiamata e l’assunzione in servizio dei docenti di ruolo. Man mano che era cresciuto l’impegno della nuova proprietà nella vita della ex Pro-Deo, infatti, gli spazi di potere occupati dal Consiglio di amministrazione si erano manifestamente ampliati, ed erano anche aumentate le sue pressioni non solo per orientare l’istituzione di nuovi posti in determinati settori disciplinari, anziché in altri, ma anche a decidere la scelta dei docenti.

Ciò parve a Romeo del tutto inaccettabile. Ma non si trattò di una questione di picquené “di casta”. Romeo non ignorava certo che, il “baronaggio” era sempre più forte nelle università, al Sud come al Nord. E che la “libera università” avrebbe potuto contribuire a combatterlo, riconoscendo un ruolo, anche se informale, nelle chiamate anche al mondo produttivo. Ma per questo si sarebbe necessariamente dovuto trovare un meccanismo delicato quanto equilibrato, il che si dimostrò rapidamente impossibile non tanto per la rigidità delle posizioni assunte dalle due componenti, quella accademica e quella imprenditoriale, ma soprattutto anche perché stava progressivamente venendo in luce una differenza di fondo tra le ragioni, e gli obiettivi ultimi, con cui le due parti, si erano impegnate nell’ambizioso progetto di cui la Luiss era lo strumento.

L’università come impresa

Eppure, tra tutti casi di università private fiorite in Italia soprattutto a partire dalla fine degli anni 60, l’istituzione di Viale Pola presentava a mio avviso caratteristiche di una certa eccezionalità; e in ciò conveniva lo stesso Romeo. Ma per me, che non ero esposto in prima linea, era abbastanza facile restare convinto del fatto che queste caratteristiche costituissero una vera occasione per superare il difetto principale delle università private, delle università che sono al tempo stesso iniziative a carattere culturale e a carattere economico. Lo stesso, però, non era possibile per Romeo, che doveva quotidianamente far ricorso a tutta la sua pazienza per tollerare il clima conflittuale che si veniva manifestando.

Pregi e difetti de “l’università come impresa”, erano già stati analizzati fin 1967 in un importante libro di Gino Martinoli, che non solo era un grande dirigente industriale (alla Olivetti e alla Necchi) ma anche un attento studioso dell’educazione al management (all’IPSOA, alla SVIMEZ, all’OCSE), e che sarà più tardi il fondatore del Centro Studi e Investimenti Sociali, il Censis. E da lui non solo avevo avuto nel 1962 il mio primo incarico professionale (una ricerca comparativa sugli effetti dell’intervento pubblico nell’estremo Sud dell’Italia, la Calabria, e nell’estremo Ovest della Francia, la Bretagna) ma avevo appreso moltissimo sui limiti dell’università tradizionale – non solo italiana, ma anche americana – in una società industriale in rapida evoluzione tecnologica.

Come tutte le attività economiche –  era la conclusione che ne avevo tratto – a partire dall’attività dai consulenti e dai liberi professionisti, che offrono sul mercato competenze per coloro che queste competenze non hanno, le università private sono al tempo stesso avvantaggiate (ma in superficie) e danneggiate (nella sostanza, e molto gravemente) dal fatto che chi compra le loro competenze, il loro cliente, non é in grado di valutare la qualità del prodotto che acquista,  e neanche se sia veramente appropriato alle proprie necessità. Per essere in grado di valutare la qualità e la opportunità delle competenze che cerca di comprare, il cliente dovrebbe saperne tanto, da non aver in definitiva bisogno di comprarle.  Ma si trova in realtà nella situazione di chi, senza essere un intenditore, vuole comprare un quadro d’autore oppure un tappeto orientale.

Rispetto all’università, anche quando la famiglia dello studente è in grado di dare una valutazione dall’esterno della qualità dell’insegnamento impartito, tale valutazione sarà sempre approssimativa, e comunque apparirà solo ex-post; sarà evidente solo dopo che il danno è stato fatto.  L’unico che potrebbe valutare la qualità dell’insegnamento ricevuto all’università – come poi qualche volta farà, però molti anni dopo , e mordendosi il labbro inferiore – è lo studente stesso. Ma com’è noto, per una naturale tendenza ad evitare un gravoso impegno di studio, lo studente tende ad ottenere un risultato più formale che sostanziale.  Tende ad ottenere un buon voto, o un diploma, al prezzo del minimo sforzo.  Viene insomma meno il più cruciale del “controllo qualità”, quello dell’utilizzatore finale del prodotto. E ciò fa sì che le università private tendano a non essere troppo difficili.

Lo scioglimento da parte del governo britannico, nel 2011, dell’Università del Galles, che esisteva dal 1893, ha dato un esempio lampante di come questa tendenza alla semplificazione degli studi, possa – anche a causa del principio del mutuo riconoscimento da parte degli Stati della UE dei titoli riconosciuti da ciascuno di essi – all’di fatto portare alla degenerazione dell’istituzione universitaria, ad una semplice fabbrica di esami e di diplomi, che nel caso in questione potevano essere considerati sostanzialmente falsi.

E che il problema non abbia cessato, dopo di allora, di essere attuale è dimostrato dalla recente, da parte di due ricercatori italiani di matrice cattolica di come come “il passaggio del settore pubblico ad una filosofia aziendalista di stampo privatistico” non abbia “lasciato esente il settore dell’Istruzione”, nel caso specifico, l’Università. E come le università vengano “sempre più concepite come appartenenti ad un mercato competitivo, dove i destinatari del servizio sono considerati clienti che scelgono quella che considerano l’offerta migliore”.

Ma c’è di più. In molte università americane o ispirate al modello americano, il piano di studi per lo studente è ormai à la carte. E la retta annua è la somma dei veri propri “prezzi” attribuiti a ciascun insegnamento, prezzi diversi e specifici per ciascun corso, cosicché gli studenti certano di ottenere specializzazioni professionali per le quali c’è maggior richiesta sul mercato (per esempio la chirurgia estetica) a svantaggio non solo di altri corsi specialistico-applicativi, quali ad esempio – per andare all’estremo davvero opposto – per la cura della lebbra, della quale c’è molto fabbisogno, ma un fabbisogno non solvibile, che perciò non si tramuta in domanda. Soprattutto, lo studente è incentivato dal sistema a preferire corsi che danno capacita tecniche direttamente spendibili sul mercato, a scapito dei corsi teorici che hanno grande valore generale, ma “non servono” ad offrire un servizio specifico ai pazienti. Capita però, se si effettua questo tipo di scelta, che ci si esponga al rischio di non riuscire ad evitare errori medici gravi, talora addirittura mortali.

In pratica, si è diffuso nelle università di tutto il mondo un principio analogo a quello che è alla base del sistema tedesco di apprendistato. Solo che qui non sono i datori di lavoro a imporre a degli adolescenti la specializzazione più fruttuosa per l’azienda, e che li vincoli ad essa in maniera praticamente esclusiva, ma sono dei giovani adulti, gli studenti universitari stessi, ad “abbracciare una visione che lascia al mercato la scelta” e ad appiattire “il valore della conoscenza e dello studio sulla capacità di generare ritorni monetari immediati”. [9]

Alla fine, quindi il sistema “all’americana” dell’educazione vocational, quella che prepara ad una vita professionale, finisce per portare ad un grado di specializzazione simile a quello dell’Unione sovietica. Notoriamente tendente, quest’ultimo, a formare un tecnico bravissimo nel proprio campo specifico, ma incapace di inquadrare questa sua competenza in una visione teorica e non semplicemente applicativa del proprio campo di studi. E men che mai una visionedella società e del proprio ruolo in essa. Trent’anni dopo la dissoluzione dell’URSS, le università occidentali non sembrano così molto più attrezzate di quelle dei paesi totalitari per un compito che forse si potrebbe da loro pretendere: quello di educare alla libertà e non solo alla concorrenza.

Reazioni a questo degrado possono di tanto in tanto essere manifeste. Qualche anno fa, alcuni giovani israeliani che studiavano in una facoltà di medicina italiana, mi spiegarono la loro scelta con un bizzarro ma interessante argomento. Essendo l’università italiana economicamente più povera di quella dei maggiori paesi avanzati, vi si trova una minore quantità di corsi pratici ed applicativi, che richiederebbero attrezzature costose, ed un maggior numero di corsi teorici. E che per questo passare i primi due anni in una facoltà italiana di medicina significava procurarsi una base estremamente utile per passare poi, in un’università americana o tedesca, ai corsi applicativi.

Questa intelligente analisi mi venne poi confermata, a contrario, da un ingegnere aeronautico inglese, che con mio sbalordimento trovai a servire birra alla spina in un locale in Belgio. Alla mia sorpresa per questo evidente spreco delle sue capacità professionali, egli si giustificò spiegandomi che egli era, sì, un ingegnere aeronautico, ma iper-specializzato in motori a turboelica. Altermine dei suoi studi – mi disse – aveva scoperto che questo tipo di motore era stato completamente spiazzato sul mercato dai motori a reazione, e che le sue basi teoriche in fisica e metallurgia non erano abbastanza forti per consentirgli una riconversione senza tornare in università, per la quale comunque non aveva più le risorse finanziarie.

Egli – da buon tecnico – non sapeva darsi né pace, né ragione del perché la tecnologia del turboelica fosse stata quasi scacciata dal mercato. Ma a questo interrogativo aveva già risposto Romeo, nelle nostre conversazioni a “Nord e Sud”, ben quattordici anni prima, quando l’ascesa del jetera ancora ai suoi inizi. Perché in un settore, come è quello dell’aeronautica, in cui la domanda pubblica, e i sussidi di stato alla ricerca sono fondamentali la priorità – nel clima di guerra fredda che domina immutato da 75 anni – va sempre ed inevitabilmente alla tecnologia di maggior rilievo ed efficacia militare, come la tecnologia dei motori a reazione, e mai a quella consigliata da fattori di efficienza economica (come era quella del turboelica), e di qualità operativa o ambientale.

La Luiss, un caso a sé

La Luiss, cui spesso si rivolgono imprenditori importanti per ottenere i migliori laureati, dispone però di un forte elemento di controspinta alla tentazione cui sono esposte le università private – ed alla quale moltissime cedono più che volentieri  – di dare sempre ragione al cliente immediato, cioè allo studente.  Il sistema delle imprese, cioè il futuro datore di lavoro, che alla fine dei conti è il vero cliente della Luiss, ha infatti interesse a che gli studi e il tirocinio siano improntati a serietà e severità; ed ha ancor più interesse a che la Luiss sia istituzione di formazione ma, al tempo stesso, anche istituzione di selezione.  E ha di conseguenza interesse a che la scelta dei professori, cioè sul punto a proposito del quale avvenne alla fine la rottura tra Romeo e il Consiglio di Amministrazione della Luiss, sia fatta sulla base della dimostrata capacità del docente.

Non molto tempo dopo l’abbandono del Rettorato da parte di Romeo, si verificò infatti un episodio che dimostrava come l’ambiente imprenditoriale potesse, almeno in qualche caso – e sarebbe interessate analizzare in quali si, e in quali no –, essere il miglior garante della qualità del personale docente. Avvenne infatti che un gruppo di imprenditori che avevano effettuato o pensavano di effettuare investimenti nel Sud-Est asiatico si rivolgesse all’istituzione di Viale Pola per l’organizzazione di un seminario sulle potenzialità e sui problemi di quell’area, sulle sue caratteristiche e prospettive economiche e politiche. L’incarico a tenere questo seminario venne dal nuovo Rettore, Carlo Scognamiglio, affidato a un giovane docente che non sembrava avere più, dopo la partenza di Romeo, molte chancesdi carriera a Viale Pola. Ma quel seminario capovolse la situazione.  Due giorni dopo, Scognamiglio chiese a quel docente di incontrarlo, e dopo avergli detto dei molti elogi che quegli imprenditori avevano fatto alla sua competenza, gli annunciò come imminente la firma di un decreto di nomina a Professore Ordinario. Impegno che puntualmente mantenne.

Fu quello quindi un caso in cui, e lo stesso Romeo ne convenne quando ne parlammo, era stato l’ambiente dei datori di lavoro ad imporre la scelta qualitativa, quella per il candidato più preparato. Il cliente aveva indubbiamente avuto ancora una volta ragione, ma aveva anche esercitato pienamente il ruolo positivo che ad esso attribuisce la logica del mercato. Esso si era manifestato infatti come un cliente altamente razionale; un cliente caratterizzato non già dal basso grado di approssimazione con il quale la famiglia dello studente può valutare le capacità di un professore; e neppure armato dei soli strumenti quasi infantili dei quali lo studente stesso dispone per decidere il proprio gradimento rispetto ad un docente.  L’utilizzatore finale dei servizi formativi offerti dalla Luiss alla società italiana, il controllore ultimo della qualità di tale servizio, si era invece presentato con il volto del mondo dell’impresa che, per propria obiettiva necessità, chiede all’università personale istruito da docenti di qualità. Cosicché la funzione sociale di quella istituzione di formazione e selezione che è l’università, era stata prodotta e garantita dal meccanismo del mercato, in cui tutte le parti coinvolte avevano giocato il loro ruolo secondo le regole della concorrenza.

O almeno, questa fu l’interpretazione che della vicenda diede il giovane professore che ne aveva beneficiato; interpretazione cui Rosario Romeo aggiunse una precisazione. “È probabile – disse – che  l’idea sia stata di arruolarla alla Luiss, per averla sottomano come consulente per iniziative in quei paesi”. E infatti, non molto tempo dopo la nomina a Professore Ordinario, giunse un insolito invito a partecipare a un incontro tra un gruppo di personalità dell’industria italiane ed una personalità indonesiana, che poi nel decennio successivo sarà per un biennio anche presidente di quella Repubblica. Da quell’incontro scaturirà un invito per una visita al  Bandung Institute of Technology, in Indonesia appunto; visita che la Luiss finanzierà senza batter ciglio.

B.J. Habibie, la personalità in questione, che è scomparso solo nel 2019, ma che si era ritirato dalla politica attiva alla fine del 1999, restando solo alla guida di una Centro di ricerche politico economiche, era – immancabilmente – un ingegnere aeronautico, che si era specializzato all’Istituto di Tecnologia del Nord Rhein–Westphalia ad Aquisgrana, ers rimasto quasi 15 anni in Germania come aeronautics researcher and production supervisorpresso la Messerschmitt, fino a quando Suharto, il secondo Presidente dell’Indonesia lo aveva, nel 1974, richiamato in patria e fatto Ministro della Ricerca, Presidente della società petrolifera di stato, la Pertamina, e Capo della Agency for Technology Evaluation and Application, in pratica Zar dello sviluppo economico e tecnologico del paese; ruolo che egli manterrà per molti decenni.

La sua fiducia di Habibe in una strategia di sviluppo fondata sulla ricerca era illimitata, tanto che di lui si diceva che avesse come obiettivo quello di creare nella Repubblica delle 13.000 isole tutte le attività produttive presenti nella tavola delle interdipendenze settoriali, ideata da Vassilli Leontieff nel 1941, la cd tavola input-output dell’intera economia di un paese. Musica per le orecchie di chi pensava che la ricerca potesse essere il l’elemento chiave, il principale fattore propulsivo dello sviluppo economico. Ma musica sgradita alle feudalità militari del paese, che più tardi getteranno l’Indonesia in una feroce guerra civile di cui saranno vittime quasi tre milioni di membri della intraprendente e ricca minoranza cinese.

Pubblico e privato nella società e nell’Università

 Tuttavia, se quel giovane docente, qualificato come Ordinario attraverso un concorso pubblico garantito dallo Stato, giunto come incaricato alla Luiss sulla base di una scelta fatta dal corpo docente, ed infine in quella università inserito stabilmente su spinta della parte imprenditoriale, era ormai autorizzato ad essere piuttosto convinto della funzionalità del sistema “misto” di collaborazione docenti-proprietà, chiamati a garantire da un lato la qualità e l’efficacia didattica e scientifica, dall’altro l’efficienza dell’iniziativa economica, ciò era meno vero ed immediato per Rosario Romeo.

Il rapporto tra l’uomo di cultura politicamente impegnato, ed i rappresentanti di una categoria molto abituata alla concretezza, erano strutturalmente dialettici. E per anni, erano state le capacità e il tratto personale non conflittuale di entrambi gli interpreti di tali esigenza ad evitare che diventassero difficili. Eppure nei suoi lunghi anni da Rettore, Romeo avvertiva che Guido Carli, che per sua natura voleva sempre andare d’accordo con tutti, doveva dare sempre di più fondo alle proprie capacità diplomatiche per attenuare le divergenze. E dalla scarsa convinzione con cui, specialmente dopo l’Ottobre 1980, e la cosiddetta “marcia dei quarantamila”, la “proprietà” seguiva Romeo nelle sue continue iniziative a favore dell’Università si poteva intuire sempre più chiaramente come gli obiettivi originari che qualche anno prima avevano portato la Confindustria a rilevare la ex-Pro Deo, non avessero in realtà mai coinciso con quelli delle grandi personalità della intelligentzia nazionale come Renzo De Felice e lo stesso Romeo, che la Confindustria aveva originariamente ritenuto fosse suo interesse coinvolgere.

Il malumore di entrambe le parti era evidente, anche se Romeo cercava di esprimerlo in maniera più consona alla sua personalità, cioè in maniera razionale, e spesso ironica. Ad esempio, mentre si avvertiva chiaramente come la grande ala della Fiat volasse alta sull’istituzione, Romeo nascondeva con difficoltà la sua riprovazione per le iniziative dell’azienda torinese dirette a contrastare un possibile accordo – di cui si parlava allora molto seriamente – tra i Giapponesi della Nissan e l’Alfa Romeo, che viveva allora l’audace esperienza di essersi avventurata, con l’Alfa-Sud, nel complesso contesto meridionale.

Nonostante le sue opinioni di norma piuttosto protezioniste, l’irritazione di Romeo era in quel caso evidente. Ed egli stesso me le confermò esplicitamente più tardi, quando era invece la stessa Fiat che manovrava per assorbire l’intera presenza pubblica nel settore automobilistico. Romeo espresse infatti allora il suo convincimento che, mentre la Nissan avrebbe probabilmente utilizzato l’azienda così acquisita in territorio italiano per farla crescere guardando all’intero mercato comunitario, e per superare i duri vincoli protezionistici allora imposti dall’Europa alle auto giapponesi, l’interesse della Fiat gli sembrava invece risiedere quasi esclusivamente nella possibilità di assorbire un concorrente sul mercato interno. Un concorrente piccolo, ma abbastanza affascinante, da fare nascere la possibilità che l’automobile nipponica stabilisse proprio nella penisola italiana una testa di ponte europea, che probabilmente appariva pericolosa nell’ottica Fiat.

E per lo stesso motivo, anche la successiva cessione dell’intero settore automobilistico pubblico alla Fiat, in presenza di un’offerta da parte della Ford, il cui ammontare venne allora tenuto segreto, suscitò la sua critica. E un po’ per scherzo, ma anche per far passare un segnale della sua scontentezza, dichiarò pubblicamente che avrebbe mantenuto il più a lungo possibile la sua auto personale, un’Alfa Romeo, come simbolo di una politica di sviluppo e difesa dell’economia mista.

A chiunque avesse un po’ di antenne, la scarsa compatibilità con le personalità confindustriali che costituivano la schiacciante maggioranza del consiglio d’amministrazione, apparivano dunque evidenti. Eppure, Romeo non si arrendeva, anzi cercava di alleviare la tensione con l’ironia che molto spesso trapelava sotto il suo costante impegno a mantenere una certa gravitasaccademica. Un’ironia che gettava improvvisi e assai interessanti squarci di luce sul suo sentire più profondo. Le dimissioni che fecero seguito allo scontro sulle competenze rispettive dei Consigli di Facoltà e del Consiglio di Amministrazione, non furono perciò che la conclusione di un lungo e contrastato processo che si era svolto nei quattro anni precedenti sotto i suoi, anzi sotto i nostri, occhi e l’avverarsi dei peggiori timori di Rosario Romeo.

Negli anni precedenti la sua rinuncia a guidare e legittimare scientificamente la nuova istituzione universitaria che – come è stato detto con un vero English understatement“ non fu mai del tutto l’Università che Romeo aveva sperato che fosse”, lo avevo infatti visto alle prese con problemi di cui era inconcepibile che spettasse a lui occuparsi.  Basta ricordare, tra i tanti, il problema delle uscite antincendio da creare in una struttura edilizia che era quasi tutta sotterranea; “una situazione – egli ebbe a dirmi – che ricordava quella di certe fabbriche all’inizio della rivoluzione industriale”. Questione di non poca importanza, ma sulla quale Romeo dovette personalmente fare una forte opera di convincimento presso la Direzione Amministrativa, che chiaramente tendeva soprattutto a risparmiare sui costi.

Fu quella una delle rare volte in cui egli fece trapelare la sua irritazione contro l’ambiente imprenditoriale di cui la Luiss era espressione. Eppure, non è certo un caso se non c’è, in quegli anni, tra gli scritti Romeo, almeno tra quelli pubblicati, nessun testo che contenga non dico un bilancio, ma neanche una riflessione o una meditazione relativa al tentativo Luiss. Mi sembra però altrettanto significativo che Romeo smetta a quel punto di intervenire nel dibattito pubblico sulle questioni universitarie.

Perché se c’era in Romeo, e rimane ancora oggi nei suoi scritti ripubblicati una critica costante della crisi dell’università pubblica italiana, non vi si trova – come già detto – nessuna teorizzazione del ruolo dell’università privata. E ancora meno vi si trova alcuna narrazione né spiegazione dell’impegno profuso nella creazione e soprattutto nell’avvio del funzionamento della Luiss. Dato che sembra confermare, come peraltro era evidente dall’esperienza di ogni giorno, come egli si andasse gradualmente rassegnando al fatto che il centro di eccellenza e di rinnovamento in cui egli aveva sperato, si fosse trasformato soltanto in un rifugio, in una piccola oasi, in una soluzione provvisoria per quei docenti che avevano ancora l’intenzione e l’entusiasmo – malgrado la situazione generale dell’università – di continuare a insegnare ciò che sapevano alle nuove generazioni, mantenendo il metodo critico e libero che dovrebbe essere quello dell’istituzione universitaria.

Non disse mai esplicitamente, ma era evidente che non gli sfuggiva l’altro aspetto di questa involontaria evoluzione, che aveva peraltro garantito la sostenibilità economica dell’intera iniziativa. Non gli sfuggiva cioè come essa venisse scelta dagli studenti, e soprattutto dalle loro famiglie, perché era ormai una delle poche istituzioni  in grado di offrire ad una generazione di giovani che sarebbe altrimenti stata una generazione perduta, la possibilità di perseguire un corso di studi fuori dalle continue perturbazioni ed interruzioni dovute alla turbolenza dei tempi, anche se non fuori dall’influenza diseducativa, come studenti e come cittadini, dell’esercizio continuativo in tutta la società italiana dell’abuso ideologico e dell’opportunismo politico più vile e sfrenato.

Dal numero chiuso all’autoselezione

Per chi, come me, arrivava alla Luiss all’esterno – dall’esterno dell’Italia e non solo dall’esterno dell’università – un oggetto assai interessante di osservazione erano non solo i colleghi che in quel ridotto avevano cercato rifugio di fronte all’invasione barbarica in cui era stato vittima il sistema universitario italiano, e che ne aveva esaltato ed esasperato, sotto la retorica rivoluzionaria, tutti gli aspetti più criticabili e più reazionari. Ed oggetto assai interessante di osservazione erano anche, e forse soprattutto, gli studenti che erano stati costretti, ma ai quali le condizioni economiche avevano consentito, di optare per quella università privata. Ed una componente particolarmente interessante della popolazione studentesca era quella femminile, numericamente molto importante. Il che mi pareva anche significativo, perché accentuava il carattere di “rifugio” che aveva, a quell’epoca, la Luiss.

E c’erano poi, a confermare tale carattere, i casi particolari. Ad esempio, era facile infatti osservare come, per le figlie di un leader politico di estrema destra, che furono tra le prime studentesse della nuova istituzione, questa rappresentasse un vero e proprio spazio di sopravvivenza. Con il cognome che portavano, esse, nell’università pubblica, non potevano in realtà neanche metter piede. Non solo sarebbero state oggetto di sopraffazione continua, ma avrebbero addirittura messo a rischio la propria vita. Fu una cosa dura da accettare all’epoca. Ed è ancora oggi dura da dire. Ma era quella la realtà dei tempi, che metteva in queste tre giovani donne nella condizione di non poter ottenere un minimo di educazione libera e di ancor più necessaria educazione alla libertà, di cui forse esse avevano bisogno più di ogni altro studente.

Era, il loro caso, certamente un caso estremo, ma era un caso significativo.  Perché era evidente che buona parte della componente femminile degli studenti della Luiss in quegli anni era stata motivata nella propria scelta, e soprattutto nella scelta delle famiglie, dalla preoccupazione di sottrarre giovani donne che erano state allevate secondo un modello, se si vuole superato e provinciale, di correttezza e di  moralità femminile, alle brutali esperienze cui esse erano esposte nelle università occupate, dove peraltro i capi di quelli che volevano presentarsi come leader rivoluzionari le avevano relegate ancora una volta nel ruolo subalterno e di supporto alle attività politiche riservate ai maschi: di “angeli del ciclostile”, come si disse di loro qualche anno più tardi.

Della natura del corpo studentesco attratto da questa nuova istituzione educativa, ebbi spesso occasione di parlare con Romeo durante gli anni della nostra compresenza alla Luiss. Era evidente infatti che, al di là della selezione di merito che quella istituzione pretendeva – e pretende tuttora – di esercitare, la scelta degli studenti fosse fondata su un’autoselezione.  E ciò non solo per ragioni di censo ma anche per ragioni che, forzando il significato della parola, potremmo chiamare addirittura ideologiche.

Dal quotidiano contatto mi fu immediatamente chiaro come gli studenti identificassero la Luiss né più né meno che come “l’università della Confindustria”. Il che non era privo di conseguenze. Perché essi chiaramente consideravano come eminentemente utilizzabili a fini pratici, ma certamente non culturali né politici, i titoli di studio e l’offerta formativa della Luiss, e si destinavano a carriere puramente esecutive, manageriali o impiegatizie. E poi, parecchi anche tra i maschi che si iscrivevano semplicemente fuggivano, come molte delle ragazze, il caos della statale per un porto più tranquillo, dove non si incontrassero tipi violenti o spacciatori di droga. Altri poi si auto-selezionavano perché la Luiss sembrava garantire un posto fisso in banca o in qualche altro sonnolento ufficio.

Nessuno o quasi veniva alla Luiss pensando ad una carriera scientifica, rendendo così impossibile a quella parte del corpo docente che era fatta di accademici veri, che avevano vinto un concorso a cattedre, di incontrare dei potenziali allievi, cioè di garantire non solo la propria autoriproduzione, ma anche di fornire un contributo a formare e migliorare la classe politica del paese. Possibile obiettivo era solo un minimo di sprovincializzazione degli studenti, tanto più utile in quanto non esisteva allora il progetto Erasmus, che comparirà alla fine degli anni 80, a determinare un timido risveglio per il mondo esterno, in via di rapida globalizzazione. Ma quasi mai si trovava uno studente per il quale, nel corso del periodo universitario, fosse possibile concepire una carriera scientifica o accademica. Del destino della maggior parte degli studenti conosciuti nell’arco di 29 interminabili anni non so molto, ma di quelli che ho meglio conosciuti, e che mostravano interesse per la politica, se uno ha fatto una splendida carriera giornalistica, ed un’altra si è inserita a livello davvero alto nel sistema pubblico, un terzo – ex seguace di Gianni Alemanno – afferma oggi (bontà sua) di dovere a me il fatto di non essere più fascista, mentre un quarto si vanta invece di essere un importante dirigente di Casa Pound.

Maestri e scolari

Se questa carenza fu probabilmente una delle ragioni per cui Rosario Romeo non si trasferì mai, come titolare di Cattedra, dalla Sapienza alla Luiss. Questa scarsa attrazione che la Luiss esercitava s quei giovani che avevano capacità e vocazione scientifica ha fatto si che rapidamente Romeo ebbe la sensazione che la Luiss fosse ormai diventata un’università il cui principale obiettivo sembrava essere quello di fornire alle imprese,  ed gli stessi organi confindustriali, dei quadri, dei manager e dei funzionari politicamente affidabili, allevati in un serraglio tenuto al riparo non solo dal delirio pseudo-rivoluzionario che aveva impazzato per tutti gli anni 70 nell’università pubblica fino a sfociare nel terrorismo, ma anche semplicemente privi di veri interessi politici.

L’occasione in cui Rosario Romeo mi parlò in maniera esplicita di questo evidente limite nella capacità di attrazione della Luiss fu un evento assai doloroso, la morte di Francesco Compagna. Avvenne d’estate, mentre ero in Liguria e lui nell’Isola di Salina. Ma ci incontrammo al funerale, a Napoli, e convenimmo subito che quella di Compagna era stata una morte invidiabile: ucciso da un infarto mentre nuotava nelle acque di Capri. Ma dovemmo anche constate la sua morte lasciava un vuoto nelle file dell’accademia e del giornalismo, nell’impegno in difesa del Mezzogiorno che nessun altro poteva riempire: di fatto, moriva senza lasciare allievi. Per me, questa era in parte un’autocritica, perché – irresistibilmente attratto dalle questioni di politica estera – avevo continuato, sì, ad occuparmi di rapporti Nord – Sud, ma nel quadro internazionale, non più in quello del nostro paese.

Perciò, in un articolo di commemorazione pubblicato sull’Avanti!, avevo scritto a mia parziale giustificazione, che Compagna non “cercava in alcun modo di imporre le proprie idee e il proprio modo di essere. Anzi – e nessuno può testimoniarlo come e quanto me – incoraggiava tutti ad essere se stessi, a seguire i propri interessi, la più congeniale forma d’impegno politico. Da vero liberale, insomma, cercava di educarci alla libertà.

 Perché Compagna aveva ben chiaro, e l’aveva appreso da Benedetto Croce, che raccogliere un’eredità morale non consiste nello “attenersi alla dottrina del maestro, nell’essere solamente scolaro e configurarsi a chierichetto che serve la messa”, bensì nel “farsi diversi”.  Gli eredi di un’esperienza politico-intellettuale vanno cercati tra coloro “che ascoltarono ed ascoltano l’insegnamento” dello scomparso e, “rendendosi conto dei problemi da lui affrontati, o raccogliendone il frutto per vie indirette, … badarono e badano a risolvere problemi propri. Costoro lo hanno consacrato alla vera immortalità”.

Quando gli mostrai l’articolo, seduti davanti a una gelateria in Piazza Carità, dove il funerale si era sciolto, Romeo lo lesse tutto in silenzio, poi alzò gli occhi e mi chiese: “Questo è in Cultura e vita morale, non è vero?”. Ed io riuscì appena a rispondere con un cenno della testa. Aveva localizzato perfettamente una frase, poche parole, nell’opera immensa di Croce! Era riuscito ancora una volta a sorprendermi, anche se lo conoscevo così bene. Poi inspirò in un modo molto simile a un sospiro ed aggiunse, a mo’ di conclusione: “Certo! Alla Luiss, di allievi non ne troveremo mai; non dico eredi, ma manco chierichetti”.

Quasi senza volere, mi scappò detto un “E allora..?”. E lui: “E allora? Allora lo facciamo per senso del dovere…..”.

I meriti (comparativi) della Luiss

Per me, che due anni prima della morte di Compagna avevo vinto il concorso a cattedra, la Luiss, trovandosi a Roma, restava però di una sede di grande interesse. Tanto più che la facoltà di economia dell’Università di Urbino che aveva messo a concorso la cattedra di cui ero risultato vincitore, e dove normalmente avrei dovuto effettuare lo straordinariato, aveva sede in Ancona, città che mi appariva un po’ troppo isolata e provinciale dopo tanti anni trascorsi tra Parigi e Firenze. Però, farsi chiamare a Roma essendo ancora uno Straordinario che aveva appena vinto un concorso, non era tanto facile, perché già solo provarci avrebbe suscitato troppe gelosie ed ostilità, anche se ero arrivato primo su 192 candidati. Avevo perciò pensato – per liberarmi subito di Ancona – di chiedere il trasferimento all’Università della Calabria; una sede apparentemente svantaggiosa sotto tutti i punti di vista, ma dove – a differenza di Ancona – non solo si poteva arrivare in aereo, ma c’era pure l’indubbio vantaggio che tutti dignitosamente accettavano il fatto di essere nella regione più povera d’Italia, e nessuno giocava a fingere di essere a Cambridge UK., come invece facevano ad Ancona gli adepti di Giorgio Fuà. E poi, il Preside della Facoltà calabrese mi aveva ben spiegato che tutto era organizzato perché i docenti potessero concentrare la loro presenza in sole dodici settimane l’anno, e ciascuna volta solo per tre giorni: lezioni, esami, sedute di laurea e Consigli di Facoltà compresi.

Prima di imbarcarmi in una tale avventura, tuttavia, volli chiedere consiglio a Romeo, cui ne parlai con una certa prudenza. Rosario Romeo reagì invece in maniera che mi sorprese. Fece per un mezzo minuto una faccia da cospiratore, e poi chiese: “Ad Arcavacata?” Ed io: “E già!” , dissi con voce che a me stesso suonò come rassegnata. “Arcavacata…. interessante!”, aggiunse invece Romeo, lasciandomi piuttosto interdetto; tanto che mi ci vollero parecchi minuti a rispondermi alla domanda su perché mai egli trovasse l’idea così attraente, visto che si trattava per me solo di una scelta di comodità.

Quei minuti mi fecero però a capire come Romeo, pur scrivendo, studiando e lavorando come aveva sempre fatto (cioè senza sosta) avesse già allora un tarlo che lo rodeva; e quel tarlo era la Luiss. In the back of his mind,egli pensava sempre alla Luiss, all’avventura in cui si era cacciato “per senso del dovere”, e di cui avvertiva sempre di più la complessità e l’audacia: l’audacia di suggerire ad un gruppo di persone che avevano confidenza quasi solo col danaro la creazione di un’università che avrebbe dovuto in qualche misura trasformare l’ambiente sociale e intellettuale ad essa circostante. E poi di esservisi cacciato accettando persino di assumervi il ruolo di Rettore, cioè quello di massima evidenza e responsabilità. Ed ecco che adesso si presentava la possibilità di un confronto, che forse poteva essere istruttivo, forse addirittura utile, con un altro esperimento tendente ad usare un’istituzione universitaria come elemento di innesco di una profonda trasformazione sociale.

Perché questa era l’Università che – per un’ispirazione di Beniamino Andreatta, e con l’impegno anche di personalità di grande momento culturale, come Paolo Sylos-Labini – era sorta in mezzo alle aspre montagne del cosentino: un altro esperimento di stimolo al rinnovamento culturale e allo sviluppo economico della società attraverso l’insediamento in aree arretrate di istituzioni di insegnamento e di ricerca. Un esperimento, quello calabrese, che evidentemente qualche risultato lo aveva prodotto, qualche equilibrio sociale e di potere lo aveva alterato, in quella società tremendamente arretrata. Forse andando anche oltre il precetto formulato, dallo stesso Andreatta, secondo cui “bisognava rompere le uova per fare la frittata”. O che almeno dava la sensazione di averle rotte tanto che una notte dell’anno precedente, 1979, sulle maisonnettesin cui dormivano gli studenti erano piombati un nugolo di Carabinieri guidati dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, alla ricerca dei leadersdel terrorismo che stava allora insanguinando l’Italia. Intervento che ebbe scarsi risultati, ma che non era senza ragione, visto che la Facoltà di Arcavacata non solo aveva affidato non pochi insegnamenti a docenti appena sbarcati dalla pericolosissima Trento, ma era piena di allievi tanto di Andreatta (cioè del giro da cui, in una assai poco verosimile “seduta spiritica”, era saltato fuori il nome Gradoli), quanto di allievi assai politicamente impegnati di Federico Caffè, che sarà, da lì a poco, vittima e protagonista di un altro “mistero italiano”, per essere uscito di casa non solo senza portafogli, ma addirittura senza la cintura dei pantaloni, ed essere svanito nel nulla.

Così, incoraggiato da Romeo, chiesi e facilmente ottenni il trasferimento, mentre l’organizzazione per semestri mi consentì di prendere contemporaneamente un incarico alla Luiss, che mi era stato offerto da un grande giurista cattolico, Franco Gaetano Scoca, leaderdel Comitato tecnico della Facoltà di Scienze Politiche, allora in via di costituzione: offerta contro la quale si batté invece l’esponente massonico Paolo Ungari, che pure era mio amico dai tempi dell’Università, e che giunse – come alternativa alla mia modesta persona – ad avanzare “un’offerta che non sarebbe potuta rifiutare”: la chiamata di uno storico, nella persona nientemeno che di Renzo De Felice. Il quale peraltro non ne sapeva nulla.

Per quattro anni ho così potuto vivere un’esperienza comparativa. Dopo la quale, però, incominciai a vedere con un altro occhio meno severo certi elementi di perbenismo e conservatorismo piccolo borghese che erano tipici degli studenti auto selezionatisi per la Luiss.

Indubbiamente, sia culturalmente che socialmente l’impatto dell’Università di Arcavacata sulla società circostante era stato mille volte più radicale di quello che ci si poteva aspettare dalla Luiss. Ma era una università cui era tanto più facile essere ammessi quanto più basso era il reddito familiare, il che significava che gli studenti erano quasi tutti figli di contadini. Ed era una università residenziale, le cui villette formavano una piccola comunità in cui tutti gli abitanti avevano tra 18 e 23 anni, totalmente privi delle funzioni di guida delle generazioni più adulte, strappati alla vita di campagna e di paese, in una promiscuità tra maschi e femmine per essi sino ad allora inimmaginabile.

Il confronto con quella diversa esperienza – che anche Romeo, dai miei racconti giudicò interessante, ma chiaramente ispirata da troppo astratti furori rivoluzionari – fu per me affascinante. Arcavacata era popolata da ragazze e ragazzi assolutamente straordinari, intelligenti quanto dotati di forza di volontà, le cui menti erano per la prima volta esposte al mondo delle idee, e che ad esse reagivano con la stessa vitalità creativa di una terra vergine mai prima rimescolata dall’aratro. E a volte mi veniva da sorridere quando pensavo agli studenti della Luiss, che – avevo notato – durante i “quarti d’ora accademici”, tra una lezione e l’altra, mettevano in moto un giradischi e ballavano in tenere coppiette. Era un altro pianeta rispetto ad Arcavacata dove gli studenti venivano violentemente sradicati dalla realtà ad essi nota, senza che il mondo che ad essi veniva per la prima volta fatto conoscere, fosse ad essi reso effettivamente accessibile. Al punto che molti di quelli che finivano o abbandonavano gli studi, dopo aver tentato di inserirsi nella società, fuori o dentro la Calabria, tornavano a vivere in case di campagna ai margini di Arcavacata e dell’unica società cui sentivano di appartenere, o addirittura abusivamente, e con la complicità degli studenti, nelle maisonnettes a questi riservate.

Una domanda diabolica

L’esperienza dell’Università della Calabria, insomma, fu grandissima sul piano personale ed umano. Ma non mi insegnò niente che potesse essere utile o applicabile alla Luiss, tranne una minore severità di giudizio.

Alla Luiss, in realtà, il problema era un altro: i difficili rapporti tra l’uomo di cultura che era Rosario Romeo, ed i rappresentanti di una categoria sociale molto diversa dalla sua, che costituivano la schiacciante maggioranza del Consiglio d’Amministrazione, dove il rappresentante del Ministero pesava ovviamente poco o nulla. Questo problema fu dunque sotto i miei occhi fin dal primo giorno. Eppure, Romeo non si arrendeva, anzi cercava di alleviare la tensione con l’ironia che molto spesso trapelava sotto il suo costante impegno a mantenere una certa gravitasaccademica. Un’ironia che gettava improvvisi e assai interessanti squarci di luce sul suo sentire più profondo.

Come accadde in maniera più esplicita quando – durante un viaggio in Estremo Oriente –gli raccontai del paradossale ammonimento datomi da mio padre una volta venuto a sapere delle simpatie da me pubblicamente espresse, nel 1952, all’età di quattordici anni, per il partito comunista. “Io non voglio importi le mie idee – mi aveva detto – né tantomeno interferire con la tua libertà di scelta. Voglio solo darti un consiglio …… Anzi voglio darti un consiglio perché tu possa restare comunista, se decidi di esserlo, e se non vuoi domani pentirtene. ……Se vuoi restare fedele al comunismo, caro ragazzo, cerca di frequentarne gli esponenti intellettuali, ma devi assolutamente evitare di aver a che fare con la classe operaia …, altrimenti ti passa la voglia di difenderla”.

Lì per lì – raccontai a Romeo – l’idea che mi potesse dare un tale “consiglio” mi aveva sorpreso, perché sapevo bene come mio padre appartenesse alla sparutissima schiera dei repubblicani mazziniani, certamente anticomunista, ma per nulla ostile agli operai e ai loro diritti; tutt’altro. Ma sapevo pure che era un Professore di Scienza delle Costruzioni, e che questo ammonimento veniva dalla sua esperienza sui cantieri, dove passava lunghe giornate a contatto con la classe operaia. E ciò dava senso al suo “consiglio”.

Mi aspettavo che Romeo sorridesse; e invece non ebbi soddisfazione immediata. “Suo padre dev’essere una persona intelligente”, fu un primo, distratto commento di circostanza. Tacque poi per alcuni secondi, e strinse per un momento le labbra con un’espressione che mi parve perplessa. E a un tratto i suoi occhi ebbero come un guizzo di luce, da ragazzino o forse dovrei dire da scugnizzo, e il suo sorriso divenne dapprima indefinibile, poi chiaramente sarcastico e provocatorio. E mi chiese a voce bassa: “E che consiglio le dà suo padre, ora che lei è professore alla Luiss?”.

Era una domanda estremamente maliziosa. Era anzi una domanda diabolica. Ma nel senso chiarissimo: tanto che esitai a rispondere. E allora fu lui, Rosario Romeo, il professore così consapevole della necessità della gravitasaccademica, che la disse al posto mio. “Suo padre le dice forse che, se si vuol restare liberali, si deve assolutamente stare alla larga dagli industriali?…. ” No – balbettai io – “mio padre non ha mai espresso giudizi sulle mie scelte professionali”. (Ma non era vero; mio padre era contrario a che io lasciassi l’università statale). Ma bastò perché la cosa finisse lì. In tutto, questo scambio di battute era durato due minuti, forse meno. Ma mi aveva dato tutta la misura di quanto fosse complicata la convivenza dello studioso politicamente impegnato con i rappresentati del mondo confindustriale.

Alla ricerca del “modello asiatico”

Eppure, Rosario Romeo conservava un impegno sincero, e quasi entusiastico, al tentativo di creare con la Luiss una struttura per l’innovazione di Roma e del mezzogiorno, tanto dal punto di vista tecnico economico che dal punto di vista culturale.  E chiaramente pensava che l’insegnamento per il quale poi era stato affidato un incarico – dall’altisonante nome di “Relazioni e sistemi economici internazionali” – potesse dare un piccolo contributo a questo progetto. Non solo espresse più volte giudizi favorevoli sul fatto ch’io, tra mille altre cose, infliggessi agli studenti analisi dettagliate dei fenomeni di sviluppo che in quegli anni si stavano verificando in Estremo Oriente, soprattutto quelli delle cosiddette “tigri asiatiche”, ma quando mi giunse dal governo di Taipei l’invito ad una visita di studio, decise di parteciparvi anche lui. E l’Ambasciata di Taiwan (quella presso la Santa Sede, perché l’Italia ha solo rapporti con Pechino) ne fu ovviamente più che felice. E al sostegno dei Taiwanesi si aggiunse un  contatto personale di Romeo con l’Università di Singapore, che rese ancora più interessante l’occasione.

E così partimmo, con le rispettive mogli, in un viaggio che fu appassionante quanto istruttivo, di scoperta di realtà economico-sociali relativamente piccole nel quadro mondiale, ma in cui si stava non solo dimostrando la validità di un nuovo modello di sviluppo, cui poi la Cina si ispirerà, su scala gigantesca, con il successo che abbiamo visto negli ultimi tre decenni: il modello della crescita “trascinata dalle esportazioni”. E che già aveva in nucele caratteristiche della produzuine industriale per filiere internazionali, che sarà tipica dell’era della globalizzazione.

Fu una vera e propria missione di ricognizione economica e di esplorazione socio-poiltica, che ci portò a Singapore, Hong Kong, Macao e Taiwan, due stati piccoli, ma orgogliosamente indipendenti, e due territori che risentivano in maniera evidentissima del lungo, ma ancora recente, passato coloniale. E nelle cui nelle differenze, erano già visibili i diversi risultati ottenibili con “politiche di industrializzazione” lasciate agli “spiriti animali” del mercato, e “politiche industriali” in cui il primato degli obbiettivi politici condizionava le scelte.

Da un lato, ad Hong Kong e nella piccolissima Macao, era evidente che il rapido miglioramento delle condizioni economiche della popolazione era dovuto all’aver offerto a qualunque impresa ne avesse bisogno, in qualsiasi settore produttivo (o quasi), forza lavoro a prezzo bassissimo; in unlimitedsupply, grazie anche ai continui flussi illegali provenienti dalla Cina continentale. Dall’altro, a Singapore ed a Taiwan, lo sviluppo era, certo, sempre fondato sulla qualità e sul basso costo del lavoro, ma i governi intervenivano, ed erano progressivamente sempre più puntualmente e regolarmente intervenuti a selezionare quali attività produttive potessero approfittarne, con l’obiettivo di garantire a queste due piccole Repubbliche una collocazione autonomamente scelta nella divisione internazionale del lavoro manifatturiero. E questa era musica per le orecchie tanto del Romeo meridionalista, quanto dello storico dell’unificazione nazionale, che vi vide, messa in atto quella che, “diversamente da altri paesi, è mancata in Italia, una specifica ‘ideologia dell’industrializzazione’”.[10]A Singapore, poi,  anche l’Università aveva un ruolo assolutamente cruciale in questo campo, e gli incontri che avemmo durante la visita controbilanciarono, e non poco, l’impatto che aveva avuto il confronto con l’Università della Calabria, nel farci maggiormente apprezzare l’iniziativa della Luiss.

Meno piacevole fu invece dover ammettere che paesi come Taiwan – e ancor più la Corea del Sud, che però non visitammo – stessero ormai vanificando quel “motivo di conforto” che aveva potuto essere, proprio negli anni in cui Romeo scriveva quelle righe “il pensare che l’incremento della produttività” – come aveva scritto l’economista anglo-australiano Colin Clark  – “procede oggigiorno in Italia al più veloce ritmo possibile: ad un ritmo molto più elevato di quello riscontrabile in altri paesi dove le condizioni naturali e sociali per il progresso economico appaiono, a prima vista, molto più favorevoli che in Italia”[11].

E se ciò che più personalmente mi colpì furono i laboratori di ricerca di Taiwan – ad esempio sulle nuove lame di ceramica per tagliare i metalli – o le implicazioni socio-politiche dello studio sul pendolo caotico a Singapore (rimasi inchiodato mezza giornata a guardare come movimenti previsibili e comportamenti d’ordine generale possano essere sconvolti da fattori minimi e imprevedibili provenienti dalle periferie di un sistema), il meridionalista Romeo fu soprattutto impressionato dal livello di sviluppo e dalle società ben ordinate cui lo stretto rapporto tra la ricerca tecnologica condotta nei laboratori universitari e la scelta delle specializzazioni produttive aveva dato vita. E questo a partire da un’umanità, quella cinese, che fino a pochi anni prima era – agli occhi degli Europei – sinonimo di miseria, sporcizia, oppio, e totale assenza di rispetto per la vita. E si rafforzò nel Rettore della Luiss il convincimento che lo studio delle trasformazioni in atto nel quadro globale fosse di primaria importanza per la formazione di un personale tecnico e politico all’altezza delle sfide degli anni a venire, e per il compito di stimolo al rinnovamento che la Libera Università poteva svolgere nella parte più sfavorita del nostro paese.

Luiss batte Princeton 1 a 0

Fu per questo, per allargare l’orizzonte della nostra Università, che Romeo mi chiese, nella primavera del 1984, di approfittare di una delle mie periodiche puntate come Visiting Professorall’Università di Princeton per cercare di organizzare un accordo di scambio di studenti. Non era una cosa facile, data la presunzione caratterizzava più che i professori le strutture burocratiche di quell’università così prestigiosa. Ma che comunque stava già portando i primi risultati quando avvenne la rottura tra Romeo e la Luiss che portò all’abbandono di ogni sforzo. Fu però quella, anche l’occasione di un episodio che da un lato consentì di dare una piccola lezione alla presunzione princetoniana, e dall’altro prendere la misura di quale lustro e di quale forza negoziale internazionale desse alla Luiss il fatto che il suo Rettore si chiamava Rosario Romeo.

Dopo molti tira e molla, era infatti venuto il momento cruciale in cui Princeton doveva decidere in maniera ufficiale se accettare la proposta di Romeo, cioè il momento dell’incontro decisivo con la personalità da cui di fatto dipendeva il successo dell’iniziativa. L’incontro ebbe luogo nell’ufficio del direttore della cosiddetta SPIA, la School of Public International Affairs, ufficio che conoscevo benissimo perché era da lì che erano partiti tanto il mio invito ad insegnare quanto una non trascurabile parte dell’attività volta a convincere le autorità accademiche locali.

All’inizio non fu un incontro gradevole anche perché l’idea di un’università privata in un paese noto per avere un sistema educativo quasi totalmente pubblico conduceva la controparte a pensare di poterla trattare come una università di serie B.  Finché si giunse a un punto in cui egli chiese: “ma chi diavolo è questo Rosario Romeo che lei cita sempre? Che mestiere fa?  Chi lo conosce?” E fu il momento in cui una voce dentro di me disse che non potevo lasciare questo americano ignorante parlare con quel tono. Cosicché risposi alla sua arrogante domanda con un’altra domanda: “Lei conosce il libro di Alexander Gerschenkron “Economic Backwardness in Historical Perspective?”

Si fece rosso di rabbia. “Come potevo insinuare – disse – che egli non conoscesse un tale classico del pensiero economico?” Ma si vide chiaramente che pensò: “Come osa questo Italiano?”. Ma io non risposi nemmeno. Non gli dissi che di quel libro lui probabilmente ne aveva solo sentito parlare sei anni prima, nel 1978, quando Gerschenkron era morto e molti giornali avevano scritto di lui. Non dissi niente; mi limitai ad alzarmi e avvicinarmi ad uno scaffale che era giusto dietro la sua testa, e dove – l’avevo già notato in una riunione precedente – c’era il libro che aveva dato la celebrità accademica allo storico venuto da Odessa. Così lo presi, lo aprii al capitolo 5, e glielo misi avanti al naso, in modo che ne potesse leggerne chiaramente il titolo: Rosario Romeo and the Original Accumulation of Capital.

Non saprei descrivere la tavolozza di colori che attraversò successivamente la sua faccia, né calcolare per quanti secondi la sua mascella rimase a penzolare sotto la bocca aperta. In quegli anni, Gerschenkron era poco meno che il Padreterno nel mondo accademico americano, ed anche in quello politico (prima che, nel 2012, venisse alla luce che era un ex-comunista, e che non lo aveva detto al momento di rifugiarsi negli Stati Uniti), perché era stato il più riconosciuto esperto di cose sovietiche di cui gli Americani disponessero negli anni della guerra fredda. E quel libro, in cui egli dedicava un intero capitolo a Rosario Romeo, era quello che aveva dato a Gerschenkon la celebrità.

Cercò di recuperare: Com’era possibile? Quello era un libro uscito nel 1962, ventidue anni prima della nostra conversazione. Non poteva essere l’attuale Rettore della Luiss. Doveva essere un caso di omonimia,….. Ma io non mollai la presa. Anzi, rigirai il coltello nella piaga: No, no! Era proprio la stessa persona, e – gli feci notare – Gerschenkron in quel libro ne cita uno di Romeo, Risorgimento e Capitalismo, pubblicato addirittura nel1950, quando, Romeo aveva solo 27 anni. E che gli era valsa, da giovanissimo, la tenure

Successivamente, dopo che Romeo ebbe lasciato la Luiss, della cosa non si parlò più. O meglio, io non ne parlai più. Perché fu lui che, una sera, a una cena in piedi a casa di Albert Hirschman, mi chiese: “Allora, quel progetto…?”

Giuseppe Sacco  © 15 Luglio 2020

 

 

[1]Professore Ordinario di Relazioni e Sistemi Economici Internazionali, ha insegnato alla Luiss, all’Università di Firenze, all’Institut d’Etudes Politiques de Paris, e alle Università di Shanghai, Seul, San Francisco e Princeton. Già Capo-Divisione all’OCSE (Parigi), è stato Direttore Responsabile del Luiss International Journal, nonché dell’European Journal of International Affairs.

[2]Romeo, Rosario, La storiografia politica marxista, in «Nord e Sud» [Mondadori], II, n. 21 (1956) pp. 5-37 e n. 22 (1956) pp. 16-44

[3]  Romeo Rosario,Lutto e arroganza: le pompe funebri della sinistra, in “Il Giornale”, 16 Febbraio 1980

[4]Giuseppe Sacco, Il Mezzogiorno nella Politica Scientifica, Milano, Etas-Kompass, 1969

[5]Ibidem

[6]Rosario Romeo, Risorgimento e capitalismo, Laterza, Bari 1950, pp. 179-184.

[7]http://www.treccani.it/enciclopedia/angelo-nino-vittorio-rovelli_%28Dizionario-Biografico%29/

 

[10]Rosario Romeo, Risorgimento e capitalismo, cit, pag. 180

[11]ibidem

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